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Fabio Pusterla

Lettere da Babel

1

Dici di aver sognato un sogno orribile. In TV

ci vedevi morire sepolti tra macerie,

ed era lunga la scena, interminabile,

ripetuta più volte: il grande crollo della torre di

Babele, e noi là sotto, bianca polvere mediatica. Tu

venivi poi affidato a governanti severissime,

teutoniche o anglosassoni, cattive. Noi dispersi.

Aggiungi, ma non c’entra, che vorresti

forse impegnare i tuoi risparmi per un nuovo

videogioco che ha un nome sorprendente:

PANDORA TOMORROW. E siccome

non sai nulla o quasi nulla di Pandora ti racconto

l’invidia degli dèi per noi imperfetti

testardi esseri umani,

mangiatori di pane, sensibili alla bellezza.

E ancora giorni si susseguono, viaggi,

e sempre quel tuo sogno mi accompagna,

in segreto, e non capisco perché; finché guidando

nel traffico tra Modena e Bologna,

mentre uno sciame di passeri

sale su da dietro un muro come un vento di mare,

anche le immagini cominciano a volare

in una sola direzione, come i passeri,

confuse eppure unite, non senza un po’ di grazia

e di paura. C’è qualcosa

di vero nel tuo sogno, una visione

nitida che ci sfugge. E per questo ti scrivo. Perché so,

adesso so, che siamo qui davvero, io e tua madre,

e ci teniamo per mano in mezzo a tutte

queste macerie

di una cosa che non è crollata ancora, ma vacilla

e forse un giorno crollerà.

Chiamala Europa, o mondo,

o solo un altro sogno; e forse èl’ombra

di un secolo e di un vuoto

che abbiamo visto e sperato di cancellare con la gioia.

Un pezzetto di gioia per ciascuno:

era questo il disegno,

niente di complicato. Un poco a tutti.

Da qui ti scriviamo,

e siamo in molti, segnati da riso e mestizia.

Altri parlavano

delle grandi vittorie, di rinascite. Noi sappiamo

da tempo: la sconfitta,

questo era il vero punto di partenza.

Dovere di memoria e di speranza,

diritto alla felicità sempre negata, sempre

da costruire. E la vergogna,

anche, da non dimenticare:

tutto ciò che era stato, e non doveva

essere mai, mai più. Ieri la voce

più alta di Sarajevo diceva, la mano sul cuore:

sono stato

parte di una speranza collettiva, era un progetto

da oceano a steppa, vasto come il vento,

ed è crollato. Posso solo

alzare la mano sinistra, nera di tristezza,

la destra non si apre più, chiusa in un grido

che salda le unghie alla carne,

la Bosnia all’Europa che cade.

FABIO PUSTERLA. Laureato in lettere con Maria Corti all’Università di Pavia, insegna al Liceo Cantonale di Lugano. Ha diretto l’edizione critica delle opere di Vittorio Imbriani e pubblicato saggi, traduzioni, volumi di versi. Caratterizzata in partenza da un forte influsso espressionista (come ha notato Pier Vincenzo Mengaldo), ma con venature più pacate che la inseriscono nella tradizione anceschiana della Linea lombarda (Giorgio Orelli e Vittorio Sereni), la poetica di Pusterla è andata sempre più avvicinandosi a una poesia dal forte contenuto civile (si veda in particolare Folla sommersa), mentre l’esperienza di traduzione legata strettamente a Philippe Jaccottet lo ha portato a una sempre maggior attenzione agli oggetti del quotidiano, alle vite e cose dimenticate (Cfr. Le cose senza storia), rafforzata probabilmente dalla provenienza geografica decentrata (Pusterla è cresciuto in una città di frontiera, Chiasso, e insegna attualmente a Lugano, nella Svizzera di lingua italiana). Nel 2007 gli è stato conferito il secondo più importante premio letterario svizzero (secondo solo al Gran Premio Schiller): il Prix Gottfried Keller. Nel 2009 la “collana bianca” dell’editore Einaudi ha pubblicato un’antologia di poesie del periodo 1985-2008, sotto il titolo Le terre emerse, con il quale nel 2009 ha vinto la sezione poesia del Premio Giuseppe Dessì.
Le sue ultime raccolte poetiche sono: Folla sommersa (Marcos y Marcos, 2004), Movimenti sull’acqua (LietoColle Libri, 2004), Storie dell’armadillo (Quaderni di Orfeo, 2006), Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008 (Einaudi, 2009), Corpo stellare (Marcos y Marcos, 2010).

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