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Archive for aprile 2012

REVOLUTIONARY POETS BRIGADE

Nella primavera del 2009 quattro attivisti della Lega dei rivoluzionari per una Nuova America, che guarda caso sono tutti poeti, decidono di formare la Brigata rivoluzionaria dei Poeti, per invitare altri poeti a mettere le loro parole il servizio delle lotte in atto. I quattro promotori hanno scritto collettivamente una dichiarazione d’intenti.
La Revolutionary Poets Brigade è nata a durante Occupy San Francisco, da allora è cresciuta, è arrivata in Europa, si è esibita a Bagdad, ha girato il mondo portando la voce di quei poeti che portano in giro la voce degli ultimi.

Ecco, il loro “Manifesto” redatto nel 2009 da Jack Hirschman, Bob Coleman, Sarah Menefee, Cathleen Williams:

REVOLUTIONARY POETS BRIGADE – CALL TO ACTION

ORA
Come poeti siamo nella posizione ideale per cogliere le possibilità del tempo, portando la lingua alla vita e partecipando al movimento che si sta raccogliendo mentre parliamo…

è IL MOMENTO
La poesia è sempre stata, e continua ad essere, non solo il modo in cui il poeta ascolta il suo essere più profondo, ma una via, lo spirito dei tempi, nella sua incarnazione più lungimirante, cui è espressa e sentita. Ed i tempi cui ci troviamo, di crisi e di pianto per la trasformazione, hanno bisogno soprattutto di novità, come il poeta William Carlos Williams ha detto “senza che moriamo”. Diciamo ciò che vediamo, vale a dire che è il sistema che non può riposare finché non è estratta ogni goccia da una terra disperata: capitalismo. Noi diciamo ciò che vediamo, vale a dire che è l’oppressione della nostra classe, guidati per le strade e nei vicoli delle nostre città, spinti ai campi fangosi, tutto perché non c’è profitto nel mantenere la vita e la salute. Noi siamo i precursori della rivoluzione e la consapevolezza che vi sta alla base e la guida.

PER i POETI RIVOLUZIONARI
Nella nostra lotta comune verso la libertà, ogni individuo raggiunge istintivamente il miglior strumento a portata di mano. Come artisti, abbiamo lo strumento più potente di tutti, la capacità di ispirare, trasformare e liberare, giusto in tempo come accade, mentre i vecchi malati metodi arrugginiscono, soffocano, sputacchiano, e sbiadiscono. Poeti, voi sul bordo dell’affilato rasoio del pensiero sociale, e tutti voi colleghi artisti dal visionario coraggio, siate consci di questa storica opportunità, conducete con forte voce rivoluzionaria tutta l’umanità a vivere autenticamente e a prosperare in comune spirito!

BRIGATA
Pertanto, vogliamo creare una Brigata di Poeti Rivoluzionari, per rispondere alle esigenze del momento, provocando il futuro fuori dalle menti confuse di oggi, ispirando con la passione della parola viva, in preparazione per l’evoluzione di una più ampia e larga scala della rivolta, l’azione che rovescerà questo sistema di avidità e sfruttamento. Come una rete, siamo in grado di essere presenti e partecipare alla resistenza popolare che sta avvenendo intorno a noi, tramite l’organizzazione di eventi di poesia, tramite letture e parlando durante le manifestazioni, e con pubblicazioni di volantini e opuscoli. Unisciti a noi.

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I poeti del gruppo, e tutti coloro che nel mondo vi aderiscono, usano la poesia come strumento di comunicazione e sostegno per la rivoluzione a favore dei diritti umani di uguaglianza e libertà. Per liberare la poesia dall’introspezione di maniera e renderla un nuovo media.

Questo e’ il loro sito:
http://revolutionarypoetsbrigade.com/

Categorie:Poesia

DIRE POESIA 2012

 Curata da Stefano Strazzabosco, si svolge nei luoghi d’arte della città e propone un percorso di tre mesi attraverso le voci della poesia contemporanea internazionale, per affidare alla parola lirica un racconto e una testimonianza sulla storia attuale. “Il programma 2012 di Dire poesia – spiega Strazzabosco – è stato pensato nel segno del rapporto tra letteratura e storia, mettendo in rilievo la funzione di coscienza critica e di testimonianza che molti dei poeti invitati hanno assunto nel corso degli anni. In questo senso, sono esemplari le figure di Paul Polansky, Abdulah Sidran e Manuel Alegre, nei cui scritti risuonano temi come la difesa delle minoranze (Polansky), il dramma del conflitto balcanico (Sidran) e la libertà di autodeterminazione dei popoli (Alegre). L’edizione 2012 vuole così dar voce a quella poesia civile che insiste sulle relazioni tra cittadini e politica, tra parola e azione, tra versi e realtà, impiegando comunque le forme e i linguaggi propri della poesia: musica, bellezza, incanto, forza espressiva e intensità del dire”..Il progetto è promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Vicenza e da Intesa Sanpaolo, con la direzione artistica di Stefano Strazzabosco. L’edizione 2012 della rassegna si avvale delle collaborazioni con il Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati dell’Università Ca’ Foscari di Venezia; con il Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università di Padova e l’Instituto Camões; con il Festival Biblico; con Vicenza Jazz; con il festival “Libriamo”; con l’Officina arte contemporanea di Vicenza.

Ecco il programma generale di Dire poesia 2012.

 

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mercoledì 21 marzo, ore 18.00

Andrea Afribo introduce

Umberto Fiori

Palazzo Leoni Montanari

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lunedì 16 aprile, ore 18.00

Giulio Marra introduce

George Elliott Clarke (Canada)

con Bruno Censori e Gionni Di Clemente (chitarre)

Ridotto del Teatro Comunale

in collaborazione con il Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

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venerdì 27 aprile, ore 18.00

Roberto Nassi introduce

Paul Polansky (U.S.A.)

Palazzo Trissino (Sala degli Stucchi)

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domenica 6 maggio, ore 18.00

Marco Fazzini introduce

Natalia Molebatsi (Sudafrica)

con Claudio Fasoli (sax & electronics) e Simone Serafini (contrabbasso)

Fotografie di Pino Ninfa

Palazzo del Monte – ViArt

in collaborazione con Vicenza Jazz

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sabato 12 maggio, ore 18.00

Marco Munaro introduce

Anna Maria Farabbi

con Rossano Emili (sax baritono, clarinetto) e Angelo Lazzeri (chitarra)

Palazzo Leoni Montanari

in collaborazione con Vicenza Jazz

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mercoledì 23 maggio, ore 18.00

Sandra Bagno introduce

Manuel Alegre (Portogallo)

Palazzo Leoni Montanari

in collaborazione con la Cattedra Manuel Alegre dell’Università di Padova

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venerdì 25 maggio, ore 18.00

Piero Del Giudice introduce

Abdulah Sidran (Bosnia-Erzegovina)

Palazzo Leoni Montanari

in collaborazione con il Festival Biblico

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giovedì 7 giugno, ore 21.00

Carlo Presotto conduce

Poetry slam (dieci poeti in gara)

Loggia del Capitaniato

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sabato 9 giugno, ore 18.00

Dire poesia off:

Cristina Alziati

Andrea Longega

L’Officina arte contemporanea

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mercoledì 13 giugno, ore 18.00

Claudio Cinti e Silvia Raccampo introducono

Jesús Urzagasti (Bolivia)

Chiostri di Santa Corona

 

fonte:

direpoesia.wordpress.com

PAUL POLANSKY

PENSAVO DI ESSERE SOPRAVVISSUTA

Sono sopravvissuta alle bande della gioventù hitleriana
scappando a Praga.

Dopo che mi hanno portato a Lety,
sono sopravvissuta:

fame,
fucilazioni,
iniezioni letali,
squadre di lavoro,
pestaggi
stupri
tifo
e annegamenti
nel fusto di acqua piovana.

Dopo la guerra
volevo una vita migliore
ed ho sposato un uomo bianco.

Solo uno dei miei otto figli
ha ereditato la mia pelle scura di zingara.

Ora lui è in ospedale
a riprendersi da due operazioni
dopo che gli skinheads
lo hanno impalato su un palo metallico.

Non so se sto vivendo
nel 1939 o nel 1995

Pensavo di essere sopravvissuta,
ma credo di aver solo
barcollato senza arrivare da nessuna parte.

PARADISO E INFERNO

La volta che sono stato più vicino
a vedere un bagliore celestiale
è stata guardando la luna
salire
sopra il tetto di tegole
di una casa di zingari
a Preoce.
La volta che
gli abitanti
di quella casa
sono stati più vicini a vedere
le fiamme dell’inferno,
è stata quando la NATO
ha bombardato
il loro cortile.
Come succede a molti
missili da un milione di dollari,
quello
non è esploso.
Ha solo ucciso
un vecchio gallo
che non la smetteva di cantare
alle tre
di mattina.
Non è sempre un male
avere l’America
che ti bombarda il cortile.

BIOGRAFIA

Paul Polansky è nato a Mason City, Iowa, la sua decisione di frequentare il college alla Madrid University, diventò l’inizio di una lunga odissea attraverso l’Europa, che lo ha portato a diventare uno degli scrittori più impegnati nella lotta per i diritti umani nell’Europa dell’est.

Poeta, fotografo, operatore culturale e sociale, è diventato negli anni un personaggio importantissimo per il suo impegno a favore delle popolazioni Rom.

Le sue raccolte di poesie “Living Through It Twice” incentrate sulle storie dei rom in Kosovo e nella Repubblica ceca,“The River Killed My Brother”, poesie che riprendono e ampliano il filone dei Rom dell’Est e “Not a refugee” che descrivono le atrocità commesse da cechi, slovacchi, albanesi ed altri, contro quelle popolazioni.

Ha anche svolto studi accurati sui campi di concentramento nazisti nei quali venivano trucidate, insieme a quelle ebraiche, intere comunità Rom.

Ha pubblicato diversi libri, realizzato esposizioni fotografiche e film video.

Il libro Undefeated (Imbattuto) edito da Multimedia è la raccolta completa delle poesie di Polansky dal 1991 al 2008.

C’è Stray Dog con poesie sulla boxe segnate da un profondo senso di dolore e fragilità; War at Columbine è la raccolta scritta all’indomani della strage alla scuola superiore in Colorado; in Homeless in the Heartkand Polansky scrive dei senzatetto americani; in Gypsy Taxi riprende le tematiche degli zingari descrivendo soprattutto tradizioni e cultura; Safari Angola è invece un vivace ritratto dell’attività venatoria durante la guerra civile del 1975.

In Italia sono state pubblicate le poesie di Paul Polasky in un unico volume, Storia degli zingari in Europa, Black Silence e Undefeated.

Categorie:Poesia

Poesia al femminile per il cambiamento in Afghanistan

Fonte: LA STAMPA
Post originale: Poetry | Daughters of Afghanistan: Literary Voices of Change, di ARIA FANI.
TRADOTTO DA ELENA INTRA

La poesia classica persiana evoca costantemente l’Afghanistan e la sua gloriosa storia, e poeti come Rumi, Sanai e Jami sono celebrati ancora oggi. Solo nella provincia di Balkh, ci sono diversi gruppi letterari dedicati a poeti e appassionati di poesia, tra cui la Fondazione Culturale Partow, l’Organizzazione dei Poeti e Scrittori di Balkh, e l’Associazione Letteraria Parwaz . Zuzanna Olszewska, traduttrice di poesia contemporanea afghana, scrive che “la composizione e recitazione di poesie è stata e continua adessere la forma d’arte più apprezzata e largamente praticata tra gli afghani di ogni ceto sociale, sia istruiti che analfabeti.”
Onorando ed emulando le tradizioni della loro cultura, ora si fanno avanti anche i giovani. La poesia contemporanea afghana riflette le circostanze sociopolitiche del Paese, facendo da eco alle ansie e alle realtà di una società del dopoguerra e alle ambizioni e aspirazioni di una generazione che tenta di seguire il mondo pur trovandosi nel bel mezzo della violenza.

I giovani afghani hanno seguito da vicino le tendenze letterarie e culturali della letteratura persiana in Iran e in Asia centrale nonchè gli sviluppi della letteratura mondiale in generale. Nei loro versi si rivolgono a temi più locali e alla critica sociale, mentre agli schemi rigidi della rima e della metrica preferiscono versi liberi, così come i classici ghazal. La loro poesia si appropria di uno spazio sociale per il dialogo nazionale e internazionale, preannunciando una nuova era caratterizzata da voci consapevoli del loro tempo e pregne del coraggio necessario per riflettere sentimenti profondamente personali e sfidare lo status quo.

Le donne scrittrici, in prima linea in questo movimento, continuano a lottare per le libertà fondamentali, tra le quali rientra la cosiddetta “stanza tutta per sé” essenziale per il perseguimento dell’arte, come sosteneva Virginia Woolf. L’accesso alla libertà di movimento rimane una sfida quotidiana per le donne afghane. Le strade e i bazar non sono l’unico spazio dove la mobilità fisica delle donne viene ostacolata e la loro presenza oscurata dalle convenzioni patriarcali: le scrittrici afghane si stanno avventurando in un tradizione letteraria prettamente maschilista che abbraccia oltre due millenni. Creando un proprio spazio culturale a fianco di scrittori uomini, queste voci rivelano la loro identità, portano una rinnovata attenzione per l’eredità delle donne in quanto narratrici e poetesse di oralità, ridefiniscono i confini convenzionali del contenuto poetico e rafforzano il loro posto nella tradizione letteraria afghana.

Questa fervente attività è dimostrata dalla vasta gamma di eventi didattici e letterari che danno speranza alle vittime della guerra e degli abusi, consentendo loro di partecipare ai dialoghi sociopolitici del Paese. Un esempio è il progetto Afghan Women’s Writing Project, fondato nel 2009, che grazie a laboratori di scrittura incoraggia le donne a raccontare le proprie storie. La maggior parte delle lezioni si tengono in lingua inglese, cosa che aiuta le scrittrici a sperimentare il potere di esprimersi in una lingua diversa dalla propria. Roya, una delle partecipanti, racconta: “Ho preso in mano la penna e tutto è cambiato”. Il loro coraggio ha ispirato altre donne non solo in Afghanistan, ma in tutto il mondo.

C’è poi il progetto Young Women for Change, fondato da Anita Haidary e Noorjahan Akbar, gruppo con base a Kabul che si sforza di creare un ambiente sociale sicuro per le donne. Anche se le molestie per strada restano una realtà quotidiana, questi atti sono spesso considerati come una “violenza banale e di minore entità” e non vengono quindi trattati come una vera e propria forma di repressione. Attraverso workshop, mostre d’arte e manifesti didattici a Kabul, YWC spera di eliminare la cultura della misoginia. La pagina del gruppo su Facebook, scritta in persiano, pashtu e inglese, è diventata una piattaforma per i sostenitori in tutto il mondo. All’inizio di quest’anno, Anita Haidary ha pubblicato il suo documentario “This is my city too” (Questa è anche la mia città), tramite cui gli attivisti sperano di poter avviare un dialogo a livello nazionale sugli ostacoli alla piena partecipazione delle donne nella vita sociale.

Si può parlare di due generazioni di scrittrici afghane. Nella prima rientrano nomi come Leyla Serahat Roshani (1959-2005), Bahar Saeed e Nadia Fazl, le quali sono state costrette all’esilio in Europa e Nord America. Grazie all’accesso a maggiori risorse e libertà civili, le loro opere sono circolati ampiamente in Afghanistan, Iran, e tra la diaspora di lingua persiana. La loro poesia è caratterizzata da sentimenti penetranti, un tono sincero e una fraseologia colloquiale, con cui condannano in modo diretto e appassionato la violenza e i dogmi religiosi della patria. Il loro profondo rammarico per la distruzione di un passato culturale è accompagnata dalla genuina speranza e devozione per la ricostruzione di un Afghanistan più libero e giusto.

Anche la seconda generazione, forse un po’ meno conosciuta, ha le sue voci forti. Nadia Anjuman (1980-2005), studentessa di giornalismo presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Herat, è stata tragicamente uccisa a soli 25 anni. Molte colleghe credono Nadia sia stata uccisa dal marito, il quale le aveva apertamente proibito di frequentare eventi letterari. Narrata in prima persona, la poesia di Nadia ci permette di entrare in un mondo di repressione e determinazione, mobilità e immobilità, silenzio passivo e rabbia assordante. Gol-e Dudi è la sua unica collezione di poesie pubblicata. Grazie a quei versi, Nadia ha raggiunto la fama e la mobilità, tradizionalmente ritenuti prerogative maschili, violando così confini culturali a lungo contestati.

Khaledah Forugh, professoressa di lingua e letteratura persiana all’Università di Kabul, è considerata uno dei poeti più promettenti della sua generazione. La scrittrice evoca gli elementi della mitologia persiana per creare un dialogo tra il passato e il presente del Paese e per sfidare lo status delle donne nella società contemporanea. Farangiz Sowgand è un’altra giovane voce emergente nella comunità letteraria di Mazar-e Sharif. Nei suoi versi sfida l’opinione conservatrice verso le prostitute, mostrando comprensione verso la loro sofferenza, dedica loro la sua poesia, alle donne “pure” dell’Afghanistan.

Descritte come vittime indifese in Occidente, alla stregua di detenute in attesa che arrivino i loro liberatori occidentali, la poesia delle donne afghane pone la loro sofferenza in un contesto più completo, esponendone il rifiuto e la resistenza di fronte a una misoginia che cerca di nasconderne i corpi e metterne a tacere le voci. In una terra profondamente segnata dalla guerra, i loro scritti creano un monumento vivente, tangibile quanto un grattacielo, che ricordano la presenza di tutti coloro che hanno perso la vita in atti violenti. Le loro poesie sfidano la perdita forzata di identità e creano uno spazio sociale in cui le tradizioni non sono più praticate con devozione indiscussa.

Parlare della poesia delle “donne afghane” non vuol dire declassarne le opere in un sottogruppo separato della letteratura in generale. “La letteratura non può essere uomo o donna, è uno spazio che appartiene alle parole, non al genere”, scrive Homeira Ghaderi.

Il regno letterario continua tuttavia a rimanere prevalentemente maschile. Racconta Zahra Hosseinzadah: “Negli ultimi anni ho provato a scrivere poesie come donna, piuttosto che come una persona che potrebbe essere di entrambi i generi. Le differenze non sono enormi perché tutti gli esseri umani hanno emozioni comuni. Ma una donna deve convivere con una certa solitudine e determinate restrizioni nei suoi diritti, e cerca sempre un modo per parlare, per dire che mi sono stati tolti i miei diritti, che io non sono solo una madre, che sono anche un essere umano che può stare nella società, proprio come un uomo – e non è solo la cucina ad appartenermi, bensì l’intera società”.

Anders Widmark, ricercatore svedese e traduttore di letteratura afghana, scrive: “Ancora oggi, molto di ciò che viene detto e scritto sull’Afghanistan in Occidente è viziato da una prospettiva esterna sulla situazione, una storia che continua a ripetere e riformulare vecchi malintesi e generalizzazioni”. Nushin Arbabzadah, curatore del volume Afghanistan in Ink: Literatures between Diaspora and Nation, afferma: “Dal momento che gli Stati Uniti stanno investendo in Afghanistan, sia in termini di spiegamento di truppe che di assistenza economica, è necessaria una comprensione più profonda del Paese al di là delle immagini di donne con il burqa e uomini armati barbuti”.

Appare chiara l’importanza di distruggere i modelli di osservazione “a lunga distanza” e iniziare ad ascoltare le voci afghane. Ma perché proprio la poesia?

Sarah Maguire, fondatrice del Poetry Translation Centre, afferma: “Quelli di noi abbastanza fortunati da vivere con comodità in Occidente, spesso considerano irrilevante e inutile la poesia, un interesse minoritario per l’élite colta. Eppure, in molte parti del mondo, tra cui l’Afghanistan, la poesia è la forma d’arte più importante”.

In definitiva, si fa sempre più cruciale il ruolo della poesia nello sviluppo sociale dell’Afghanistan, una nazione che sta riscrivendo la sua storia. Trascurati ancora in Occidente, le voci e racconti dei poeti contemporanei afghani saranno parte integrante del tessuto del cambiamento sociale. Rifiutando l’immagine popolare di prigionieri in attesa di liberazione, “vittime silenziose” cancellate dal blu monotono dello chador, queste nuove voci afghane hanno ampliato il regno del possibile con coraggio e determinazione, aggiungendo una miriade di sfumature alla nostra visione della loro situazione. Stanno salutando il mondo in un modo nuovo. Sapremo raccoglierne le istanze di cambiamento?

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Fonte: LA STAMPA
Post originale: Poetry | Daughters of Afghanistan: Literary Voices of Change, di Aria Fani.

Categorie:Poesia

ALLA MIA NAZIONE – PASOLINI


Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Categorie:Poesia

GEORGE ELLIOT CLARKE

FEBBRAIO 1999

Il sole sta scivolando, angolare, dorato,
dietro la filigrana dei pini,
mentre il nostro treno oltrepassa il penitenziario di Dorchester dai tetti di rame,
mentre sto leggendo del proscioglimento di Clinton,
e degli arti tagliati ai civili cinesi,
sul lato sbagliato di una guerra civile di machete.
Il cielo e’ un tornitore, che fonde il blu e il bianco-rosa –
come il palazzo del Parlamento
(gotico quanto il penitenziario do Dorchester)
e arriviamo inchiodando a Moncton, New Brunswick, come un convoglio di schiavi.
Un bibliotecario – Beverly True – mi ha detto che e’ vero:
nella vicina Amherst, hanno trovato tombe di schiavi senza nome
corpi neri gettati nelle paludi
per rifiutare loro qualsiasi identità’;
I loro padroni: esperti in cancellazioni:
e’ così’ canadese…
Ora, qui e’ Moncton, col tramonto che incombe massiccio,
con piscine di petrolio simili a cuori di tenebra liquidi, acri di veleno,
e un cancro screanzato ormai ambientato,
che frantuma una canzone in lacrime e sporca ogni cosa con la storia.

Trad. Paola Musa

February 1999

The sun is slipping, angular, gold,
Behind the black filigree of pines,
As our train passes the copper-roofed Dorchester Penitentiary,
While I am reading of Clinton’s acquittal
And of limbs hacked off Chinese civilians
On the wrong side of a civil war’s machetes.
The sky is a Turner, burning blue and pink-white-
Like the Houses of Parliament
(As Gothic as Dorchester Penitentiary),
And we come grinding into Moncton, New Brunswick, like a slave coffle.
A librarian-Beverly True-told me it’s true:
In nearby Amherst, they’ve found the unmarked graves of slaves-
Black bodies flung into the marshes
To decline all identity;
Their masters: experts at erasure:
So Canadian….
Now, here is Moncton, with dusk looming massive,
Oil pools like liquid hearts of darkness, pungent with poison-
And an ungenteel cancer settling in,
Breaking song into tears and dirtying everything with history.

George Elliott Clarke
Esponente di punta della spoken poetry (“poesia parlata”) d’oltreoceano, impegnato da sempre nella lotta per la libertà e l’uguaglianza contro il razzismo e la segregazione. Testimone impegnato contro la perdita del senso di identità da parte
degli immigrati africani stabilitisi secoli fa in Canada.
Autore prolifico, i suoi principali libri di poesia sono: Saltwater Spirituals and Deeper Blues (1983); Whylah Falls (1990, seconda edizione e terza edizione del 2000 e 2010); Provençal Songs (1993 e 1997); Lush Dreams, Blue Exile. Fugitive Poems 1978-1993 (1994); Gold Indigoes (2000); Execution Poems (2001); Blue (2001); Illuminated Verses (2005); Black (2006); I & I (2009); The Gospel of X (2010). Oltre alla trasposizione teatrale di Whylah Falls (tradotta in italiano da Giulio Marra), ha pubblicato le opere teatrali Beatrice Chancy (1999), Québécité (2003) e Trudeau (2007). Nel 2005, a Toronto, è uscito il romanzo George and Rue, che riprende i tragici temi di Execution Poems. Di notevole rilevanza sono anche i suoi lavori di critica, che approfondiscono l’”Africadian literature”: l’antologia in due volumi Fire on the Water (1991-1992), Eyeing the North Star (1997) e Odysseys Home (2002).
Tra i suoi premi: 1998 Portia White Prize for Artistic Excellence (1998); Governor-General’s Award for Poetry (2001); National Magazine Gold Award for Poetry (2001); Dr Martin Luther King, Jr. Achievement Award (2004); Pierre Eliott Trudeau Fellowship Prize (2005, 2008); Dartmouth Book Award for Fiction (2006); Eric Hoffer Book Award for Poetry (2009). Vive e lavora a Toronto, dove è docente universitario (E.J. Pratt Professor of Canadian Literature). Una scelta di poesie e il dramma Beatrice Chancy sono tradotte e pubblicate in Italia per LT2 Edizioni (Venezia 2012).

Categorie:Poesia

Was gesagt werden muss – Guenter Grass

Molte sono state le polemiche intorno a questa poesia dello scrittore Guenter Grass, “condannato” dalla maggior parte dei media per aver criticato l’armamento nucleare incontrollabile di Israele.
La reazione della Germania e’ stata durissima, e non tanto, crediamo, per la paura di essere giudicata, attraverso la voce dello scrittore, per un rinnovato antisemitismo, ma per questa ancor più’ grave e insidiosa accusa: di essersi fatta complice di una tensione bellica, e di acuire, seppure indirettamente, la crisi con l’Iran, dal momento che la Germania ha fornito Israele di un altro sottomarino “la cui specializzazione in questo consiste/ tutte le annientanti testate/ nel poter dirigere dove non è provata/ l’esistenza di una sola bomba nucleare/ ma deve avere forza di prova la paura”.
Il Consiglio centrale ebraico tedesco, per voce del suo presidente Dieter Graumann, ha definito la poesia di Grass ”un pamphlet aggressivo”, che demonizza Israele. Grass non potra’ più’ entrare in Israele.
Sottoponiano il testo integrale, affinché’ il lettore eserciti il proprio spirito critico di la’ dai filtri mediatici e opposte ideologie.

CIO’ CHE DEVE ESSERE DETTO

Perchè taccio, perché continuo a tacere

da troppo tempo quel che è evidente

e nei giochi di piano lentamente preparato,

nel cui finale come sopravvissuti

noi tuttalpiù siamo note a piè pagina?

.

È l’affermato diritto al primo colpo,

che potrebbe cancellare il popolo iraniano

assoggettato a un bullo arrogante

e guidato a un consenso organizzato,

perché nel suo campo di forza è sospettato

di costruire una bomba atomica.

.

Ma perché mi impedisco di chiamare per nome

quell’altra terra dove da anni

– anche se la cosa è tenuta segreta –

un crescente potenziale nucleare

è disponibile, ma fuori controllo,

perché nessun esame è possibile?

.

Il silenzio universale su questo dato di fatto,

al quale anche il mio silenzio si è subordinato,

considero come una menzogna che mi opprime

e una costrizione che prospetta una pena

dal momento che non verrà rispettata:

il verdetto di antisemita è comune.

.

Adesso, però, dato che dal mio paese

– che per delitti molto suoi, che sono senza eguali,

viene di volta in volta coinvolto e messo in discussione –

di nuovo e come semplice decisione d’affari,

anche se con rapide labbra dichiarata

forma di riparazione, verso Israele

un altro sottomarino deve essere inviato,

la cui specializzazione in questo consiste,

tutte le annientanti testate

nel poter dirigere dove non è provata

l’esistenza di una sola bomba nucleare,

ma deve avere forza di prova la paura,

allora io dico quel che venir detto deve.

.

Ma perché ho taciuto fino a questo momento?

Perché pensavo che il mio passato,

segnato da una macchia mai abbastanza ripulita,

mi vietava di dire al paese di Israele,

al quale sono e voglio restare legato,

questo dato di fatto come espressa verità.

.

Perchè lo dico ora per la prima volta,

così invecchiato e col mio ultimo inchiostro,

che la potenza atomica di Israele logora

la sempre vacillante pace mondiale?

Proprio perché deve essere detto adesso,

quel che già domani potrebbe risultare tardivo;

anche perché noi, come tedeschi

già colpevoli abbastanza, potremmo diventare

complici di un nuovo prevedibile delitto,

per via del quale la nostra corresponsabilità

da nessuna delle consuete dichiarazioni

mai potrebbe essere cancellata.

.

E poi lo ammetto: non posso più tacere,

perché dall’ipocrisia dell’Occidente

sono nauseato abbastanza; e inoltre è da sperare

che dal silenzio possano liberarsi molti,

per pretendere da chi il riconoscibile pericolo

suscita, che rinunci alla violenza, e assieme

su questo insistere: controlli senza limiti

e permanenti

del potenziale atomico di Israele

e degli impianti nucleari iraniani

attraverso un ente internazionale

dai governi delle due nazioni siano ammessi.

.

Solo così tutti, israeliani e palestinesi

(più ancora: gli uomini tutti, che in questa

regione occupata dalla pazzia

vivono inimicati corpo a corpo)

e noi stessi, potremo essere aiutati.

* * *


Günter Grass, nato a Danzica nel 1927, ha raggiunto la massima notorietà con Il tamburo di latta, pubblicato nel 1959 (Feltrinelli 1962), da cui è tratto il film di Volker Schlöndorff del 1979. Tra le sue altre opere: Gatto e topo (Feltrinelli 1964), Anni di cani (Feltrinelli 1966), Dal diario di una lumaca (Einaudi 1974), Il Rombo (Einaudi 1979), La Ratta (Einaudi 1987), Il richiamo dell’ululone (Feltrinelli 1992), È una lunga storia (Einaudi 1998), Il mio secolo. Cento racconti (Einaudi 1999), Il passo del gambero (Einaudi 2002), Sbucciando la cipolla (Einaudi 2007). Nel 1999 Grass ha vinto il premio Nobel per la letteratura.