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Poesia al femminile per il cambiamento in Afghanistan

Fonte: LA STAMPA
Post originale: Poetry | Daughters of Afghanistan: Literary Voices of Change, di ARIA FANI.
TRADOTTO DA ELENA INTRA

La poesia classica persiana evoca costantemente l’Afghanistan e la sua gloriosa storia, e poeti come Rumi, Sanai e Jami sono celebrati ancora oggi. Solo nella provincia di Balkh, ci sono diversi gruppi letterari dedicati a poeti e appassionati di poesia, tra cui la Fondazione Culturale Partow, l’Organizzazione dei Poeti e Scrittori di Balkh, e l’Associazione Letteraria Parwaz . Zuzanna Olszewska, traduttrice di poesia contemporanea afghana, scrive che “la composizione e recitazione di poesie è stata e continua adessere la forma d’arte più apprezzata e largamente praticata tra gli afghani di ogni ceto sociale, sia istruiti che analfabeti.”
Onorando ed emulando le tradizioni della loro cultura, ora si fanno avanti anche i giovani. La poesia contemporanea afghana riflette le circostanze sociopolitiche del Paese, facendo da eco alle ansie e alle realtà di una società del dopoguerra e alle ambizioni e aspirazioni di una generazione che tenta di seguire il mondo pur trovandosi nel bel mezzo della violenza.

I giovani afghani hanno seguito da vicino le tendenze letterarie e culturali della letteratura persiana in Iran e in Asia centrale nonchè gli sviluppi della letteratura mondiale in generale. Nei loro versi si rivolgono a temi più locali e alla critica sociale, mentre agli schemi rigidi della rima e della metrica preferiscono versi liberi, così come i classici ghazal. La loro poesia si appropria di uno spazio sociale per il dialogo nazionale e internazionale, preannunciando una nuova era caratterizzata da voci consapevoli del loro tempo e pregne del coraggio necessario per riflettere sentimenti profondamente personali e sfidare lo status quo.

Le donne scrittrici, in prima linea in questo movimento, continuano a lottare per le libertà fondamentali, tra le quali rientra la cosiddetta “stanza tutta per sé” essenziale per il perseguimento dell’arte, come sosteneva Virginia Woolf. L’accesso alla libertà di movimento rimane una sfida quotidiana per le donne afghane. Le strade e i bazar non sono l’unico spazio dove la mobilità fisica delle donne viene ostacolata e la loro presenza oscurata dalle convenzioni patriarcali: le scrittrici afghane si stanno avventurando in un tradizione letteraria prettamente maschilista che abbraccia oltre due millenni. Creando un proprio spazio culturale a fianco di scrittori uomini, queste voci rivelano la loro identità, portano una rinnovata attenzione per l’eredità delle donne in quanto narratrici e poetesse di oralità, ridefiniscono i confini convenzionali del contenuto poetico e rafforzano il loro posto nella tradizione letteraria afghana.

Questa fervente attività è dimostrata dalla vasta gamma di eventi didattici e letterari che danno speranza alle vittime della guerra e degli abusi, consentendo loro di partecipare ai dialoghi sociopolitici del Paese. Un esempio è il progetto Afghan Women’s Writing Project, fondato nel 2009, che grazie a laboratori di scrittura incoraggia le donne a raccontare le proprie storie. La maggior parte delle lezioni si tengono in lingua inglese, cosa che aiuta le scrittrici a sperimentare il potere di esprimersi in una lingua diversa dalla propria. Roya, una delle partecipanti, racconta: “Ho preso in mano la penna e tutto è cambiato”. Il loro coraggio ha ispirato altre donne non solo in Afghanistan, ma in tutto il mondo.

C’è poi il progetto Young Women for Change, fondato da Anita Haidary e Noorjahan Akbar, gruppo con base a Kabul che si sforza di creare un ambiente sociale sicuro per le donne. Anche se le molestie per strada restano una realtà quotidiana, questi atti sono spesso considerati come una “violenza banale e di minore entità” e non vengono quindi trattati come una vera e propria forma di repressione. Attraverso workshop, mostre d’arte e manifesti didattici a Kabul, YWC spera di eliminare la cultura della misoginia. La pagina del gruppo su Facebook, scritta in persiano, pashtu e inglese, è diventata una piattaforma per i sostenitori in tutto il mondo. All’inizio di quest’anno, Anita Haidary ha pubblicato il suo documentario “This is my city too” (Questa è anche la mia città), tramite cui gli attivisti sperano di poter avviare un dialogo a livello nazionale sugli ostacoli alla piena partecipazione delle donne nella vita sociale.

Si può parlare di due generazioni di scrittrici afghane. Nella prima rientrano nomi come Leyla Serahat Roshani (1959-2005), Bahar Saeed e Nadia Fazl, le quali sono state costrette all’esilio in Europa e Nord America. Grazie all’accesso a maggiori risorse e libertà civili, le loro opere sono circolati ampiamente in Afghanistan, Iran, e tra la diaspora di lingua persiana. La loro poesia è caratterizzata da sentimenti penetranti, un tono sincero e una fraseologia colloquiale, con cui condannano in modo diretto e appassionato la violenza e i dogmi religiosi della patria. Il loro profondo rammarico per la distruzione di un passato culturale è accompagnata dalla genuina speranza e devozione per la ricostruzione di un Afghanistan più libero e giusto.

Anche la seconda generazione, forse un po’ meno conosciuta, ha le sue voci forti. Nadia Anjuman (1980-2005), studentessa di giornalismo presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Herat, è stata tragicamente uccisa a soli 25 anni. Molte colleghe credono Nadia sia stata uccisa dal marito, il quale le aveva apertamente proibito di frequentare eventi letterari. Narrata in prima persona, la poesia di Nadia ci permette di entrare in un mondo di repressione e determinazione, mobilità e immobilità, silenzio passivo e rabbia assordante. Gol-e Dudi è la sua unica collezione di poesie pubblicata. Grazie a quei versi, Nadia ha raggiunto la fama e la mobilità, tradizionalmente ritenuti prerogative maschili, violando così confini culturali a lungo contestati.

Khaledah Forugh, professoressa di lingua e letteratura persiana all’Università di Kabul, è considerata uno dei poeti più promettenti della sua generazione. La scrittrice evoca gli elementi della mitologia persiana per creare un dialogo tra il passato e il presente del Paese e per sfidare lo status delle donne nella società contemporanea. Farangiz Sowgand è un’altra giovane voce emergente nella comunità letteraria di Mazar-e Sharif. Nei suoi versi sfida l’opinione conservatrice verso le prostitute, mostrando comprensione verso la loro sofferenza, dedica loro la sua poesia, alle donne “pure” dell’Afghanistan.

Descritte come vittime indifese in Occidente, alla stregua di detenute in attesa che arrivino i loro liberatori occidentali, la poesia delle donne afghane pone la loro sofferenza in un contesto più completo, esponendone il rifiuto e la resistenza di fronte a una misoginia che cerca di nasconderne i corpi e metterne a tacere le voci. In una terra profondamente segnata dalla guerra, i loro scritti creano un monumento vivente, tangibile quanto un grattacielo, che ricordano la presenza di tutti coloro che hanno perso la vita in atti violenti. Le loro poesie sfidano la perdita forzata di identità e creano uno spazio sociale in cui le tradizioni non sono più praticate con devozione indiscussa.

Parlare della poesia delle “donne afghane” non vuol dire declassarne le opere in un sottogruppo separato della letteratura in generale. “La letteratura non può essere uomo o donna, è uno spazio che appartiene alle parole, non al genere”, scrive Homeira Ghaderi.

Il regno letterario continua tuttavia a rimanere prevalentemente maschile. Racconta Zahra Hosseinzadah: “Negli ultimi anni ho provato a scrivere poesie come donna, piuttosto che come una persona che potrebbe essere di entrambi i generi. Le differenze non sono enormi perché tutti gli esseri umani hanno emozioni comuni. Ma una donna deve convivere con una certa solitudine e determinate restrizioni nei suoi diritti, e cerca sempre un modo per parlare, per dire che mi sono stati tolti i miei diritti, che io non sono solo una madre, che sono anche un essere umano che può stare nella società, proprio come un uomo – e non è solo la cucina ad appartenermi, bensì l’intera società”.

Anders Widmark, ricercatore svedese e traduttore di letteratura afghana, scrive: “Ancora oggi, molto di ciò che viene detto e scritto sull’Afghanistan in Occidente è viziato da una prospettiva esterna sulla situazione, una storia che continua a ripetere e riformulare vecchi malintesi e generalizzazioni”. Nushin Arbabzadah, curatore del volume Afghanistan in Ink: Literatures between Diaspora and Nation, afferma: “Dal momento che gli Stati Uniti stanno investendo in Afghanistan, sia in termini di spiegamento di truppe che di assistenza economica, è necessaria una comprensione più profonda del Paese al di là delle immagini di donne con il burqa e uomini armati barbuti”.

Appare chiara l’importanza di distruggere i modelli di osservazione “a lunga distanza” e iniziare ad ascoltare le voci afghane. Ma perché proprio la poesia?

Sarah Maguire, fondatrice del Poetry Translation Centre, afferma: “Quelli di noi abbastanza fortunati da vivere con comodità in Occidente, spesso considerano irrilevante e inutile la poesia, un interesse minoritario per l’élite colta. Eppure, in molte parti del mondo, tra cui l’Afghanistan, la poesia è la forma d’arte più importante”.

In definitiva, si fa sempre più cruciale il ruolo della poesia nello sviluppo sociale dell’Afghanistan, una nazione che sta riscrivendo la sua storia. Trascurati ancora in Occidente, le voci e racconti dei poeti contemporanei afghani saranno parte integrante del tessuto del cambiamento sociale. Rifiutando l’immagine popolare di prigionieri in attesa di liberazione, “vittime silenziose” cancellate dal blu monotono dello chador, queste nuove voci afghane hanno ampliato il regno del possibile con coraggio e determinazione, aggiungendo una miriade di sfumature alla nostra visione della loro situazione. Stanno salutando il mondo in un modo nuovo. Sapremo raccoglierne le istanze di cambiamento?

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Fonte: LA STAMPA
Post originale: Poetry | Daughters of Afghanistan: Literary Voices of Change, di Aria Fani.

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