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Archive for luglio 2012

Alexandra Petrova

«Signor Dio, –
non so, ma ultimamente
la vita è una continua bua;
e poi il tuo film gira un po’ troppo veloce.
Non si riesce a star dietro al successo dei vicini,
figuriamoci andare in chiesa
a pregarti.
E ancora: l’immagine non fa che restringersi,
la pellicola brucia spesso,
in teoria, mi dico, se mi trovassi lì dentro
spalancherei le porte e demolirei le tue pareti,
ma poi mi sento impaurita,
e voglio uscire».

«Sì, è vero – continuò lui –
tu corri troppo.
Il corpo di mia moglie era elastico, come un pallone,
e ora ci si sente
soltanto inutile a letto.
Tu che sei un uomo, queste cose le capisci».

«Lui non c’è, – dissero i bambini –
tutto è solo un gioco,
una corsa sudata sulla distanza
tra il c’è e il potrebbe esserci,
zia Mimma è morta colpita da un’accetta
che il marito le piantò in fronte,
mentre avrebbe potuto ogni sabato, come prima,
ballare la rumba in palestra
e spassarsela fino al mattino.

La va. Ma poi la spacca.
Tutto secondo i piani della nostra comune penuria.
Nell’attesa del miracolo, certo, del margine di errore
e nella speranza che il vicino
cada nella latrina da lui stesso scavata, per primo.
Ma i nostri fratelli minori non scelgono il loro destino.
Le femmine dell’acaro escono già incinte dal ventre,
dove si uniscono al fratellino,
divorando le viscere materne per venire prima alla luce.
Però è meglio crepare di accetta
che farsi la sorella.

Essere fatti di materia è chiaramente più stupido
che guardarla correre,
inciampare e diventare
per qualcuno uno spettacolo divertente.

Signor Dio,
dai il via alla festa delle oziosità!
Hai fifa della morte della mortalità?»

Lui, che forse li ascoltava, nell’oscurità taceva sdraiato,
diffondendo ombre e luci sul soffitto,
e le lacrime, pioggia fredda,
scendevano a picco sul viso,
confermando le previsioni meteo
di una crescente umidità.

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Aleksandra Gennadievna Petrova è nata a Leningrado, attuale San Pietroburgo. Laureata in Lettere all’Università di Tartu, in Estonia, ha vissuto per alcuni anni a Gerusalemme (Israele) dove ha lavorato come restauratrice di icone sacre. Dal 1999 vive a Roma (Italia).

La sua poesia è stata pubblicata su prestigiose riviste russe come Mitin Žurnal, Continent (Parigi), Zercalo (Tel-Aviv), Znamja (Mosca) e straniere: Literary Revue (New York), Sveste (Belgrado), Povelia (Belgrado), Circumference (N.Y), Zoland Poetry (Hanover, New Hampshire). Collabora con alcune riviste italiane: Poesia che nel n.167 del dicembre 2002 le dedica anche la copertina (Crocetti Editore), Sud (Lavieri Editrice) e blog collettivi come Nazione Indiana.

Nel 1994 pubblica la raccolta poetica Linia otryva (“Punto di distacco”) e nel 1999 il libro di prose e poesie Vid na žitel’stvo (“Permesso di vivere” o “Permesso di soggiorno”, o anche “Vedute sull’esistenza”), “short list” del Premio Andrej Belyj delle edizioni NLO.

Nel 2003 pubblica l’operetta filosofica in dieci scene I pastori di Dolly per la Onyx Edizioni di Roma.

Nel 2003 numerose sue poesie vengono tradotte nell’antologia La nuova poesia russa (Crocetti editore) introdotte da un saggio di Viktor Krivulin.

Oltre che in italiano i suoi testi sono stati tradotti in inglese, ebraico, portoghese, slovacco, serbo, cinese.

Altri fuochi, la sua raccolta di poesie, è stata pubblicata da Crocetti editore nel 2005 nella collana Neòteori.

Nel 2008 ha tenuto una serie di reading e di incontri letterari nelle più importanti università americane tra cui Harvard, Berkeley, Brown, Penn, Princeton. Nel 2008 è uscita la nuova raccolta poetica in Russia dal titolo Tol’ko derev’ja (“Solo alberi”) per le edizioni NLO (“short list” di Premio Andrej Belyj).

Dei poeti russi contemporanei è una delle voci più significative appartenenti alla generazione degli anni sessanta per la sua capacità di esprimere argomenti feroci nei suoi scritti con veemente dolcezza, il distacco dalle piccole cose in metri e forme che appartengono alla poesia più alta, il fissare con immagini filmiche e allo stesso tempo sospese nel tempo l’emozione di un ricordo l’odore di una terra l’alternarsi delle coincidenze. Della sua opera si sono occupati Stephanie Sandler, Professor of Slavic Languages and Literatures at Davis Center for Russian Studies Harvard University e tra i critici contemporanei Aleksandr Goldstein.

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Categorie:Poesia

Czeslaw Milosz – Ars poetica

Ho sempre aspirato a una forma più capace,
che non fosse né troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di comprendersi senza esporre nessuno,
né l’autore né il lettore, a sofferenze insigni.

Nell’essenza stessa della poesia c’è qualcosa di indecente:
sorge da noi qualcosa che non sapevamo ci fosse,
sbattiamo quindi gli occhi come se fosse sbalzata fuori una tigre,
ferma nella luce, sferzando la coda sui fianchi.

Perciò giustamente si dice che la poesia è dettata da un daimon,
benché sia esagerato sostenere che debba trattarsi di un angelo.
È difficile comprendere da dove venga quest’orgoglio dei poeti,
se sovente si vergognano che appaia la loro debolezza.

Quale uomo ragionevole vuole essere dominio dei demoni
che si comportano in lui come in casa propria, parlano molte lingue,
e quasi non contenti di rubargli le labbra e la mano
cercano per proprio comodo di cambiarne il destino?

Perché ciò che è morboso è oggi apprezzato,
qualcuno può pensare che io stia solo scherzando
o abbia trovato un altro modo ancora
per lodare l’Arte servendomi dell’ironia.

C’è stato un tempo in cui si leggevano solo libri saggi
che ci aiutavano a sopportare il dolore e l’infelicità.
Ciò tuttavia non è lo stesso che sfogliare mille
opere provenienti direttamente da una clinica psichiatrica.

Eppure il mondo è diverso da come ci sembra
e noi siamo diversi dal nostro farneticare.
La gente conserva quindi una silenziosa onestà,
conquistando così la stima di parenti e vicini.

L’utilità della poesia sta nel ricordarci
quanto sia difficile rimanere la stessa persona,
perchè la nostra casa è aperta, la porta senza chiave
e ospiti invisibili entrano ed escono.

Ciò di cui parlo non è, d’accordo, poesia,
perché è lecito scrivere versi di rado e controvoglia,
spinti da una costrizione insopportabile e solo con la speranza
che spiriti buoni, non maligni, facciano di noi il loro strumento.

Czesław Miłosz, Poesie, Adelphi, Milano, 1983, traduzione di Pietro Marchesani

Categorie:Poesia

Czeslaw Milosz – Tarda maturita’

Non subito
perché solo attorno ai novanta
si è aperta dentro di me la porta
e sono entrato nella chiarezza del mattino.
Sentivo allontanarsi da me una dopo l’altra
come fossero ladri le mie vite anteriori
con il loro tormento. Apparivano,
concessi al mio cesello, paesi, città, giardini,
golfi di mare, per venire descritti
meglio di tutti. Non ero
separato dagli uomini, ci univano
rimpianto e pietà, e dicevo:
Abbiamo dimenticato che siamo tutti
figli di un re, poiché veniamo da dove ancora
non c’era divisione tra il sì e il no,
né divisione tra c’è, ci sarà, c’è stato.
Siamo scontenti e facciamo uso
cento volte di meno del dono
che abbiamo ricevuto per il nostro lungo
viaggio. Atti di ieri e di secoli fa
– il colpo di una spada, il dipingerci
le ciglia davanti a uno specchio di lucido
metallo, lo spago mortale di un moschetto,
lo schianto di una caravella sugli scogli –
abitano dentro di noi e aspettano
il loro compimento. Ho sempre
saputo che sarei stato il lavoratore
di una vigna così come tutti gli uomini
che vivono il mio tempo, consapevoli
di ciò oppure inconsapevoli.

(traduzione di Giovanni Panfilio)

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Czesław Miłosz (Šeteniai, 30 giugno 1911 – Cracovia, 14 agosto 2004) è stato un poeta e saggista polacco.

Figlio di Aleksander Miłosz, ingegnere civile e di Weronica (nata Kuna), figlio di un fratello del bisnonno del grande poeta lituano di espressione francese Oscar Vladislas de Lubicz Milosz.

Nato a Šeteniai, oggi in Lituania, ma allora facente parte dell’Impero russo, Czesław Miłosz frequenta le scuole superiori e l’università a Vilnius, oggi in Lituania ma allora in Polonia. Cofondatore del gruppo letterario “Zagary”, fa il suo debutto nel 1930 con due volumi di poesia. Lavora per la radio polacca e continua il proprio percorso creativo seguendo con attenzione i fatti che affliggeranno la Polonia, stretta tra le rivendicazioni di Germania e Russia. Passa la maggior parte della guerra a Varsavia lavorando per la stampa underground.

Dopo la guerra, diventa addetto culturale all’ambasciata polacca a Washington e successivamente a Parigi, nel 1951. Fortemente critico rispetto alla condotta governativa e al clima culturale imposto da un’élite politica e intellettuale formatasi a Mosca, non esita a manifestare il proprio scetticismo sulle prospettive del socialismo reale. In seguito alla rottura con il partito comunista, chiede asilo politico in Francia, per trasferirsi successivamente negli Stati Uniti. A contatto con il clima culturale fervente di Berkeley, in California, dove insegna letteratura polacca, continua la propria opera poetica dedicandosi parallelamente all’attività di traduzione, cruciale per la diffusione della poesia polacca in ambito anglo-americano e successivamente europeo.

Nel 1980 gli è stato conferito il Premio Nobel per la letteratura.

Gezim Hajdari

Per voi uomini dell’ Europa che vi arrangiate ogni giorno
Per voi donne dell’ Est che lavate per terra o accompagnate
a prendere aria i vecchi d’ Occidente
Per voi immigrati che dormite sulle panchine e vi svegliate
con un ‘immensa nostalgia
Per voi barboni
che non
volete padroni e vivete in pace
con l’universo
Per voi prostitute che offrite il vostro sesso a negri bianchi
gialli fino al sangue
Per voi malati e disoccupati come solidarietà e misericordia
Per voi missionari che portate tenerezza ai deboli prima di morire
Per voi contadini che fate pascolare il gregge e arate i campi da
nord a sud
Per voi folli che ci insegnate gratis la follia
Per voi che siete soli e fuggite come me
scrivo questi versi in italiano e mi tormento in albanese

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IOGRAFIA

Gëzim Hajdari è nato nel 1957 a Hajdaraj, piccolo villaggio collinoso della provincia di Darsìa (Lushnjë) dove durante l’autunno e l’inverno si scatenano lampi e tuoni tremendi e tira sempre vento. Nel paese natale ha terminato le elementari, mentre ha frequentato le medie, il Liceo Scientifico e l’Istituto superiore per ragionieri nella città di Lushnjë. Ha studiato Lettere Albanesi a Elbasan e Lettere Moderne alla “Sapienza” di Roma.
La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in italiano e albanese. Ha pubblicato le raccolte poetiche: “Erbamara”, “Antologia della pioggia”, “Ombra di cane”, “Sassi controvento”, “Corpo presente”, “Stigmate”, “Spine nere”, “San Pedro Cutud: Viaggio negli inferi del tropico”, “Maldiluna”, “Poema dell’esilio”.
Fa parte di numerose antologie e ha partecipato a vari reading di poesia. È cittadino onorario della Città di Frosinone per meriti letterari.
Sta curando, assieme a I. Mehadheb e S. Mugno, la traduzione in italiano dell’opera del maggior poeta tunisino: Abau El Cacem Chebbi.
Ha vinto numerosi premi per la poesia come: Premio Eks&Tra, Premio Montale (per la poesia inedita), Premio Dario Bellezza, Premio Grotteria, Premio Trieste EtniePoesie.
Le sue poesie sono tradotte in greco e in inglese. Hajdari scrive sia in albanese che in italiano, rinnovando un’antica tradizione di poeti (da Seneca fino a Keats, Nabokov, Yeats, Celan) che hanno scritto nella lingua del paese ospitante. Temi ricorrenti nella sua poetica sono la solitudine (condizione esistenziale quasi catartica), il viaggio (come esule, ma anche come essere umano) ed elementi naturali come la pietra, la terra, il cielo.
Ha partecipato a “Lo spirito dei luoghi – Poesia contro la guerra” (1999) e a “Verba Volant” (2000)

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Mohammed Bennis – La gioia del danzatore

Categorie:Poesia

Mohammed Bennis – La gioia del danzatore

(A Mahdi Qotbi (*))

C’è un inno che si allarga sulla tela
La mano tocca la sua memoria
da vicino da lontano
conduce la calligrafia
verso dove le lettere non si riconoscono più

Giubilo di una mano
che traccia lettere arabe
in forma
di linee erranti
Il desiderio è il loro cammino

Si posa lo sguardo
sulla distesa che esiste
solo nella gioia del danzatore

Una linea dopo l’altra si illumina
il vuoto
da un movimento inaugurale
dove assenza è il centro

L’aria del respiro
Oscillazione invisibile

L’occhio ascolta diluirsi il canto
A poco a poco le forme mutano lo sguardo

Niente sottomissione

Mohammedia, 20 gennaio 2008

Traduzione di Marianna Salvioli e Paolo F. Iacuzzi
(*) pittore marocchino

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Mohammed Bennis è nato a Fès, in Marocco nel 1948. La sua prima raccolta di poesie fu pubblicata nel 1960 e al momento ha raggiunto le 11 raccolte. Ha amato la poesia fin da piccolo. Ha studiato filosofia a Fès, e dal 1980 ha insegnato alla Facoltà di Filosofia a Rabat. Nel 1971 fondò l’importante e influente rivista letteraria Al-Thakafa al-Jadida [Nuova Cultura], che ha continuato a pubblicare fino a quando nel 1984 fu vietato. Nel 1985, insieme ad un gruppo di professori universitari ed autori, diede vita alla casa editrice Toubqal, attualmente una delle casa editrici letterarie del Marocco. Nel 1996 ha co-fondato la Casa della Poesia in Marocco di cui è stato presidente fino al 2003.
Mohammed Bennis è stato responsabile della fondazione della Giornata della Poesia dell’Unesco il 21 marzo per stimolare il dialogo fra le culture attraverso la poesia.
Molti dei suoi lavori sono stati tradotti e pubblicati in francese e alcune opere selezionate sono state tradotte in altre lingue tra cui inglese, spagnolo, portoghese e svedese. Ha pubblicato anche quattro libri di saggi e tradotto diversi libri dal francese in arabo. Insegna al College of Literature and Humanities a Rabat.
In Italia le Edizioni San Marco dei Giustiniani hanno pubblicato il volume “Il dono del vuoto”, curato e tradotto da Fauzi Al Delmi.
Ha partecipato nel 2000 a “Parole di mare” (Amalfi), nel 2001 a “Il cammino delle comete” (Pistoia) e “Lo spirito dei luoghi. Poesia contro la guerra” (Baronissi e Salerno).