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Archive for ottobre 2012

FOSFORO BIANCO – Denise Levertov

ottobre 30, 2012 2 commenti

Sentito per caso nel sud-est asiatico

“Fosforo bianco, fosforo bianco,
Neve meccanica,
Dove cadi?

Cado senza particolarità su strade e tetti
Nel folto dei bambù, sulle persone
Il mio nome richiama mari copiosi nelle serate di pioggia
Ogni goccia che colpisce la superficie suscita
Il responso luminoso di milioni di alghe.
Il mio nome è un sussurro di lustrini. Giusto!
Ognuno di essi è un disco di fuoco
Sono la neve che arde.

Cado
Ovunque gli uomini mi mandano a cadere
Ma io preferisco la carne, bella liscia e compatta:
la decoro di nero e vado alla ricerca
dell’osso.”

Tratta dalla raccolta “Footprints” (1972)
Traduzione di Pina Piccolo

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Denise Levertov (1923- 1997), figlia di una gallese e di un ebreo russo convertitosi al cristianesimo, e’ cresciuta a Illford, paese poi inglobato nella grande Londra. All’età di dodici anni Denise spedì alcuni poemi a T. S. Eliot, che le rispose con una lettera di incoraggiamento di due pagine . Nel 1940, quando aveva 17 anni, la Levertov pubblicò la sua prima poesia. Sposo’ un americano espatriando negli Stati Uniti nel 1948. Qui si appropriò dell’idioma americano ponendosi, coi Black Mountain poets, sulla scia di W.C. Williams.
Scrittrice appassionata, estranea alle moderne “dissociations of sensibility” ma dentro alla tradizione mistica ebraica e cristiana, autrice impegnata e attivista nelle marce di protesta, poeta della natura e del quotidiano, è stata autrice di numerosissime raccolte di poesia e di alcuni libri di prose.

Viene solitamente accomunata alla letteratura di protesta e le poesie più note sono quelle pacifiste sul Vietnam. La poesia FOSFORO BIANCO e’ stata scritta nel contesto del Vietnam, oltre 30 anni fa, ma l’uso da parte di Israele a Gaza di munizioni al fosforo bianco, denunciato da Human Rights Watch, ne conferma la sua attualità’.

Nota: Il fosforo bianco è un agente chimico che viene utilizzato negli ordigni definiti incendiari, come il napalm. È stato usato anche in Vietnam dagli Stati Uniti e da Saddam Hussein, negli anni ’80, durante la guerra contro i Curdi. Il suo uso è ammesso solo nei traccianti, fumogeni o negli inneschi delle bombe per la sua facilita’ di combustione. Se però vi si ricorre in virtù della sua tossicità per colpire direttamente gli uomini o animali, allora va considerata come un’arma chimica.
È un elemento che brucia quando viene in contatto con l’ ossigeno e consuma le molecole che lo contengono. Per questo è in grado di sciogliere le parti del corpo con cui viene in contatto, le più esposte sono le mucose. Israele sta usando fosforo bianco nell’offensiva nella Striscia di Gaza.

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IL MELO IN FIORE E I DISCORSI DELL’IMBIANCHINO

ottobre 27, 2012 3 commenti

In un’intervista Pier Paolo Pasolini dichiaro’ che scrivere e’ una cosa priva di senso. Scrivere e’ soltanto l’abitudine a esprimersi, e l’unico senso e’ un senso esistenzialistico. E allora, perché’ scrivere? Per due scopi, egli aggiunge: quello, appunto, del bisogno di comunicare la propria sfera esistenziale – cosa che avviene sotto “il segno della grazia”- e quello di assolvere il proprio impegno come cittadino. I due scopi non si escludono, ma si compenetrano.
La lezione di Pasolini lascerebbe intendere che non c’e’ conflitto tra poesia “lirica” e poesia “civile”. Che lo sguardo del poeta immerso nell’espressione metafisica del proprio io non contraddice lo sguardo che riflette il dato storico. Potremmo anzi dire che i paesaggi quotidiani, gli eventi sociali e storici, influenzano la cifra stilistica interiore, il suo linguaggio, e viceversa.
C’e’ pero’ un passaggio in cui il poeta esprime le sue personali perplessità’ su quali dei due scopi intende intimamente assolvere. Io credo che il suo dubbio, non esplicitato, fosse determinato da una stanchezza, da ciò’ che egli definisce “i pesanti concetti dell’impegno”. L’aggettivo “pesante” sembra quasi suggerire l’impossibilita’ di sottrarsi alla necessita’ di un impegno, anche in poesia. Ci sono momenti storici, evidentemente, in cui il poeta e’ richiamato, lo voglia o meno, alla poesia civile.
Bertold Brecht ha sintetizzato con efficacia queste due anime della poesia, queste due pulsioni, se vogliamo, scegliendo l’impegno come valore piu’ alto rispetto al ripiegamento lirico, che comunque non rinnega, anzi:

IN ME COMBATTONO
L’ENTUSIASMO PER IL MELO IN FIORE
E L’ORRORE PER I DISCORSI DELL’IMBIANCHINO
MA SOLO IL SECONDO
MI SPINGE AL TAVOLO DI LAVORO

E’ vero che Bertold Brecht e’ un poeta politicamente orientato, ma anche consapevole che la poesia e’ anche poesia lirica. Solo fa una scelta di campo, e lo fa producendo poesia e letteratura di altissimo livello.
Ma la poesia civile in Italia, perché’ ci rimanda sempre alla mente solo Pasolini? Nel nostro Paese ha in realtà’ una lunga tradizione, : cos’e’ in fondo La Divina Commedia di Dante, se non poesia civile? Con il romanticiamo, la poesia da noi divenne soprattutto una poesia celebrativa, patriottica. Una poesia dei grandi eventi. Ci fu poi una lunga scuola di poesia piu’ soggettiva, intimistica.
La poesia civile odierna e’ invece calata su problematiche sociali, la sua cifra stilistica e’ immersa nel quotidiano. E di poeti d’impegno civile ce ne sono tanti, sebbene non alla ribalta. La poesia in genere, lirica o civile che sia, soffre. Giacche’ questa forma d’arte, di cui ci vantiamo in quanto italiani, e’ stata relegata e ammuffisce nei blog o negli incontri di poeti che leggono poeti, e’ un prodotto intellettuale percepito come difficile, escluso del tutto o quasi dal mercato dell’editoria (e qui il concetto per cui la poesia “non serve” assume l’unico significato etimologico di poca utilità’).
Forse la causa dipende anche da questa lunga tradizione di una poesia avvitata al linguaggio, chissà’. Una poesia che, invertendo i soggetti dei versi di Pasolini, punta a “non parlar la cosa, ma la parola”. Che non fonda la propria espressione sull’aderenza alla realtà’, ma ha una fiducia smisurata solo nella lingua.
E sicuramente un’altra causa e’ la tendenza, da parte di una certa cultura del Paese, a ricondurre riduttivamente la poesia civile a una poesia ideologica e politica.
A diffidare dalla poesia con temi sociali, in un’assertività’ che e’ pur sempre una dichiarazione ‘sociale” sono coloro che dichiarano che la poesia non deve servire (nel suo doppio senso etimologico di utilità’ ma anche di asservimento). La poesia, secondo questi, deve bastare a se stessa, restando fuori dai processi storici.
Ci sono tuttavia esempi, nel Novecento, che smontano la pretesa di una totale indipendenza del poeta rispetto al contesto storico in cui vive. Basti pensare a Gottfried Benn, uno dei più’ grandi poeti della Germania, che aveva sempre rifiutato l’idea di una letteratura engagée, e la sua adesione, seppur breve, al Nazionalsocialismo. E’ la miopia sul presente di un grande poeta per il quale “Lo stile è superiore alla verità”, che infine deve fare i conti con la verità’ storica che ha esiliato dalla sua scrittura. C’e’ sempre il rischio di una deriva ideologica non solo in chi si accosta alla realtà’ e se ne fa interprete, a torto o a ragione, ma anche e tanto più’ in chi rifiuta ogni confronto con l’ideologia apertamente o nascostamente attiva nel suo contesto storico.
Oggi viviamo in una società’ globalizzata e informata (o strumentalizzata attraverso media che ne condizionano sovente le opinioni senza strumenti critici). Una societa’ complessa, dove piu’ che le ideologie dichiarate contano i mercati, dove domina la cultura di massa. In questa società’ fluida e alienante, il ruolo del poeta ripiegato (soltanto) sulla propria soggettività, rischia di esprimere un umanesimo a sua volta alienato.
C’e’ per fortuna una crescita, negli ultimi tempi di una poesia che non chiamerei tout court d’impegno. Che intende sottrarsi a semplici schematizzazioni ideologiche ed esprime, piuttosto, il desiderio di una cittadinanza offesa, il dissenso verso condizioni politiche ed economiche che minacciano la libera scelta, e questi sono temi che riguardano tutti, poesia compresa.
Questo e’ un momento storico, a mio parere, in cui il poeta e’ richiamato, lo voglia o meno, ne sia o meno consapevole, alla poesia civile. Ci sono circostanze che lo fanno diventare suo malgrado poeta “impegnato”. Sull’entusiasmo del melo in fiore prevale, assordante e urgente, il discorso dell’imbianchino.

PAOLA MUSA, 28 Ottobre 2012

giocattoli

Nota critica:

La periferia di una metropoli ritratta nella sua “nudità” con l’occhio impietoso di una telecamera, narrata in versi nelle epifanie dei suoi abitanti: fiorai, casalinghe, insegnanti, badanti, catechisti, migranti, drogati, e anche assassini. “Ore venti e trenta” è un “TG della sera” di cruda realtà, che offre uno squarcio di verità su una civiltà che, ossessionata dai segni della propria grandezza, troppo spesso tace sulla scultura vivente e dolorante che la popola. La poesia di Paola Musa è fatta di “guizzi improvvisi contenenti schegge di autenticità”, come ha scritto una volta di lei Elisabetta Sgarbi. Una lingua affilata, lacerante, impudica, imbarazzante nel suo lirico realismo.

 *

Note sull’autrice:

Paola Musa, scrittrice, poetessa e paroliere. Ha vinto una selezione di poesie raccolte in un volume Arpanet con nota critica di Elisabetta Sgarbi. Ha tradotto il poeta Richard Burns Berengarten. Per il teatro, ha composto le liriche della commedia musicale…

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Categorie:Poesia

Festival internazionale di Poesia Civile

Festival ammesso alla UNESCO’s World Poetry Directory. Dal 2005 l’unico festival italiano su un aspetto importante della poesia contemporanea. Con un premio alla carriera annuale che ha portato a Vercelli nelle passate edizioni Adonis, Luciano Erba, Evgenij Evtuschenko, Juan Gelman, Titos Patrikios, Lawrence Ferlinghetti, Maria Luisa Spaziani (con la pubblicazioni di loro testi inediti a cura di Interlinea), con reading di poeti italiani e omaggi ad autori di riferimento (da Emily Dickinson a David Maria Turoldo, da Giovanni Raboni ad Alda Merini).

Manifestazione culturale di eccellenza promossa da Il Ponte, associazione attiva a Vercelli da oltre quindici anni alla ricerca della modernità fra tradizione e innovazione. Presidente Luigi Di Meglio. La funzione della poesia nella vita civile è tema complesso e attuale: il festival ne offre un panorama vasto e ricco di stimoli.

«Di capi non abbiamo più bisogno.
Uno ne abbiamo: è crocifisso, però…
Ho nulla da sollecitare,
né piedistallo, né…

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Categorie:Poesia

Fabio Franzin – Canti dell’offesa

Cosa mai ne capivamo noi di borsa
economia materia pensavamo fosse
solo per altri magnati o premi nobel

cifre e diagrammi che non sapevamo
interpretare che sembravano le Alpi
sulla carta quotazioni come altitudine

di passo di pianoro. Che al massimo
per noi era fare la cresta sulla spesa
qualche euro che restava nelle tasche

il segno più. Ma col mutuo abbiamo
provato quelle vette capovolte negli
abissi le punte farsi aculei nella carne

(così fa la faina quando penetra
furtiva nei pollai e uccide fa razzia
per cibarsi poi soltanto delle creste)

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È che non è neanche più questione
di come o di cosa uno si accontenti
la miseria è sempre iena e la dignità

il moncone che nessuno può esporre
al mondo ormai senza vergogna. La
matassa il reticolato irto e grigio là

calcato sopra le ansie e le preghiere
di mia madre: Testanera è una bella
pubblicità che promette di ricoprire

a lungo la ricrescita. «Sì, mi balla
la dentiera, altro che parrucchiera»
dice «mi fanno male le gengive»

è solo il male a far rima con sociale
oggi per chi si ostini a continuare
a vivere oltre l’età contributiva.

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Ma era proprio così il mondo
che sognavamo? Questa teoria
di strade e viadotti e villette

a schiera le gru a incombere
come diplodochi a sbranarci
luce le case di wafer e sbarre

notti lacerate dall’ululato degli
allarmi e pomeriggi a vagare
fra outlet e centri commerciali

è proprio questa la vita che ci
siamo meritati? La maglietta
scontata del trenta consente

di cenare al Mc Donald’s per
la gioia dei bambini l’happy
meal il regalino fatto in Cina

poi la coda l’anaconda di fanali
nel rientrare giusto in tempo per
la trasferta del Milan sul digitale.

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Postiamo qua le parole dell’autore stesso, le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere la raccolta CANTI DELL’OFFESA – da cui sono tratte queste poesie:

Nel dicembre del 2004 mi trovavo a Lucca per cose legate alla poesia, e proprio nel week-end in cui ero lì, ebbi la fortuna di assistere ad una delle ultime uscite in pubblico di Mario Luzi – da poco onorato del titolo di senatore a vita. L’occasione era una sua “Lectio magistralis” dal titolo Luce incarnata; la lezione, che doveva tenersi in un luogo istituzionale, fu poi spostata in una dimora privata, a causa della sua famosa dichiarazione conseguente al fatto del treppiede scagliato addosso all’allora presidente del consiglio Berlusconi, e alle violente reazioni che suscitò nel dibattito politico. Ecco, che fosse negato un luogo istituzionale al più grande poeta italiano vivente e persona di specchiata civiltà, solo perché si era “permesso” di dire: “in fondo se le cerca anche un po’ lui”, lo trovai un gesto di spregio, leggi offesa, verso lo stesso Luzi – condito dalle candide dichiarazioni di alcuni senatori, di non sapere neanche chi egli fosse – e verso la cultura, l’Italia intera. Non potevo non accostare l’ignominia in oggetto, con la sua famosa invettiva alla Repubblica. Poco dopo Luzi morì, come sappiamo, e subito dopo la sua morte scrissi, in suo omaggio e memoria, Ignominiosamente che è il testo che apre i Canti dell’offesa.

Intanto, sia nei luoghi di lavoro, sia all’interno della società, avvertivo l’accrescersi di una crisi che, prima ancora sfociasse poi in economica, era già incistata all’interno della società: vuoi il regredire delle condizioni di tutela dei lavoratori stessi, vuoi certi proclami razzisti e omofobi, le tragedie dei “clandestini” del mediterraneo – diventato un vero e proprio “cimitero marino” – o del riflettersi nei gesti e nelle abitudini di tutti noi dei messaggi subliminali della tivù, sempre più vuota, maleducata, arrogante, sempre più portata a una malsana pruderie: pensiamo all’audience cavalcato sui vari delitti insoluti, alle macabre gite nei luoghi dell’orrore; tutto ciò lo sentivo / lo sentiamo sempre più come un’offesa all’umanità; non un’indignazione, come ha giustamente rilevato un giovane critico a ridosso dell’uscita della raccolta, ma una vera e propria offesa.

Poi, nell’estate del 2007, avvenne il fatto tragico di Mestre; prendo dalla nota al testo in questione che ne è scaturito: Il 14 luglio 2007, nell’area di servizio Bazzera, a Mestre, da un camion-frigo tedesco che trasportava angurie, furono estratti i corpi congelati di tre clandestini iracheni. I giornali raccontarono le risa divertite dei turisti di passaggio, le foto ricordo fatte coi telefonini.
Quelle risa, quegli scatti-souvenir dei telefonini su quei poveri corpi morti, mi rimbombarono dentro come una selva di tuoni, non mi diedero più pace. In quei gesti senza cuore avvertivo un brusco scivolamento verso l’inciviltà, la barbarie. Nacque il testo Povere statue, che è il secondo della raccolta.

Poi, nel 2008, partita dall’insolvenza dei mutui subprimes negli Stati Uniti, dall’infestazione cui non c’era antidoto – perché ogni banca mondiale aveva “in pancia” i suoi parassiti di carta straccia – tutti abbiamo incominciato a fare i conti con l’offesa di un’economia non più “controllabile”, con una crisi economica che, come ogni virus, attacca per primi gli esseri più indifesi: i ceti più umili, i pensionati, le famiglie con qualche malato o portatore di handicap da assistere, i migranti che, vorrei ricordarlo per l’ennesima volta, espatriano da paesi in cui non c’è civiltà, libertà, possibilità di emergere dalla fame, non perché vogliono venire qui a insidiare le nostre indifferenti tranquillità.

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Fabio Franzin è nato nel 1963 a Milano. Vive a Motta di Livenza, in provincia di Treviso. Ha pubblicato le seguenti opere di poesia. El coeor dee paròe, Zone, 2000; Pare (padre) Helvetia, 2006; Mus.cio e roe (Muschio e spine), Le voci della luna; Fabrica, Atelier, 2009; Rosario de siénzhi (Rosario di silenzi – Rožni venec iz tišine) Postaja Topolove, 2010, edizione trilingue con traduzione in sloveno di Marko Kravos; Siénzhio e orazhión (Silenzio e preghiera) Edizioni Prioritarie, 2010; Co’e man monche (Con le mani mozzate) Le voci della luna, 2011; Il groviglio delle virgole, Stamperia dell’arancio, 2005. La raccolta Canti dell’offesa e’ uscita Il Vicolo Divisione Libri, 2011.

Ottavio Rossani recensisce Benny Nonasky

Imàgenes Trasmundo è un libro coraggioso e fuori dagli schemi correnti. La poesia di impegno civile di Benny Nonasky, in questa sua nuova raccolta, affronta un viaggio “scomodo”: da Kabul alla Cecenia; da Haiti al Darfur; dalla rivoluzione in Egitto, alla resistenza del popolo iraniano; dall’11 settembre a Michelle Obama; da Fukushima alle storie dei migranti; dalla prepotenza cinese a Putin. E l’ultimo complesso itinerario di critica e di denuncia è un Alfabeto Italia che ha per protagonista Berlusconi (mai nominato, ma di facile identificazione) una lunga ballata tra satira e invettiva sulla performance ventennale de “il Solo,/ l’Incontrastato “).

Benny Nonasky ha 25 anni. E con l’irruenza e spontaneità tipiche della giovane età si assume il diritto di parlare degli eventi “criminali” nel mondo, della “corruzione” che incancrenisce l’esercizio del potere politico, delle guerre provocate da interessi ingiustificabili, di terrorismo, di complicità e omertà. Il mondo è dentro di noi e Nonasky ci dice che non possiamo non guardare e cercare di capire. E anche cercare di salvarlo, questo nostro mondo, dalle abberrazioni, dagli assassini, dagli spacciatori di droghe e false ideologie.

Forse Nonasky deve ancora affinare il controllo delle situazioni poetiche, il flusso carsico delle emozioni e delle ire, condite in bene da una continua ironia, ma è indubbio che sta tentando una strada difficile ma entusiasmante, pericolosa ma necessaria.La poesia civile in Italia dopo Pasolini e Raboni non ha avuto grandi cultori, o forse è meglio dire brandi esiti.

Nonasky ha scelto il cammino più impervio per fare poesia. “La poesia è uno strumento, non è un fine”, ha detto in un’intervista. Un mezzo per diventare cittadino legittimo di un mondo traviato che necessita di un dinsinquinamento. Le sue denunce poetiche sono un nobile richiamo alla responsabilità degli uomini davanti alla vita. Questo tentativo andava fatto prima o poi. Benvenuto, quindi, al giovane e arditoo calabrese che per fare il poeta e l’intellettuale ha lasciato la Calabria e si è insediato a Torino, da dove elabora e diffonde (ha un sito web, ha fondato una rivista letteraria elettronica, fa l’animatore culturale) le sue strategie di resistenza sociopolitica, che sa tradurre con forza in testi poetici efficaci e innovativi (oross).
Propongo alla lettura due passaggi dell’appendice Alfabeto italiano:

D

Tutti lo applaudivano al suo passaggio.

Tutti si inchinavano mentre alzava

la mano a salutare.

Tutti si congratulavano con lui per

le sue orge e la sua pèoligamia.

Tutti dicevano sì ai suoi sì

e no ai suoi no.

Tutti ridevano alle sue battute

sconce, maschiliste, razziste.

Tutti erano in lui, lui e per lui.

…………………………………………….

Iniziarono ad ossessionarlo codesti pensieri.

Iniziò a non fidfarsi più di nessuno,

a prendere decisioni solo per sé e create

solo da lui, in ogni campo e menzione.

Cominciò a parlare, con più vigore e potenza,

unicamente della sua grandezza e autorità,

arrivando al punto di dialogare unicamente

col suo riflesso.

si diceva continuamente,

in uno stato febbrile, dinnanzi uno specchio

mentre alcuni ragazzi in frac arancione acerbo,

sotto lasua regia, chiedevano invece di adularlo.

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Ottavio Rossani, Corriere della Sera

La ballata degli afflitti di Manuel Alegre

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