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Fabio Franzin – Canti dell’offesa

Cosa mai ne capivamo noi di borsa
economia materia pensavamo fosse
solo per altri magnati o premi nobel

cifre e diagrammi che non sapevamo
interpretare che sembravano le Alpi
sulla carta quotazioni come altitudine

di passo di pianoro. Che al massimo
per noi era fare la cresta sulla spesa
qualche euro che restava nelle tasche

il segno più. Ma col mutuo abbiamo
provato quelle vette capovolte negli
abissi le punte farsi aculei nella carne

(così fa la faina quando penetra
furtiva nei pollai e uccide fa razzia
per cibarsi poi soltanto delle creste)

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È che non è neanche più questione
di come o di cosa uno si accontenti
la miseria è sempre iena e la dignità

il moncone che nessuno può esporre
al mondo ormai senza vergogna. La
matassa il reticolato irto e grigio là

calcato sopra le ansie e le preghiere
di mia madre: Testanera è una bella
pubblicità che promette di ricoprire

a lungo la ricrescita. «Sì, mi balla
la dentiera, altro che parrucchiera»
dice «mi fanno male le gengive»

è solo il male a far rima con sociale
oggi per chi si ostini a continuare
a vivere oltre l’età contributiva.

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Ma era proprio così il mondo
che sognavamo? Questa teoria
di strade e viadotti e villette

a schiera le gru a incombere
come diplodochi a sbranarci
luce le case di wafer e sbarre

notti lacerate dall’ululato degli
allarmi e pomeriggi a vagare
fra outlet e centri commerciali

è proprio questa la vita che ci
siamo meritati? La maglietta
scontata del trenta consente

di cenare al Mc Donald’s per
la gioia dei bambini l’happy
meal il regalino fatto in Cina

poi la coda l’anaconda di fanali
nel rientrare giusto in tempo per
la trasferta del Milan sul digitale.

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Postiamo qua le parole dell’autore stesso, le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere la raccolta CANTI DELL’OFFESA – da cui sono tratte queste poesie:

Nel dicembre del 2004 mi trovavo a Lucca per cose legate alla poesia, e proprio nel week-end in cui ero lì, ebbi la fortuna di assistere ad una delle ultime uscite in pubblico di Mario Luzi – da poco onorato del titolo di senatore a vita. L’occasione era una sua “Lectio magistralis” dal titolo Luce incarnata; la lezione, che doveva tenersi in un luogo istituzionale, fu poi spostata in una dimora privata, a causa della sua famosa dichiarazione conseguente al fatto del treppiede scagliato addosso all’allora presidente del consiglio Berlusconi, e alle violente reazioni che suscitò nel dibattito politico. Ecco, che fosse negato un luogo istituzionale al più grande poeta italiano vivente e persona di specchiata civiltà, solo perché si era “permesso” di dire: “in fondo se le cerca anche un po’ lui”, lo trovai un gesto di spregio, leggi offesa, verso lo stesso Luzi – condito dalle candide dichiarazioni di alcuni senatori, di non sapere neanche chi egli fosse – e verso la cultura, l’Italia intera. Non potevo non accostare l’ignominia in oggetto, con la sua famosa invettiva alla Repubblica. Poco dopo Luzi morì, come sappiamo, e subito dopo la sua morte scrissi, in suo omaggio e memoria, Ignominiosamente che è il testo che apre i Canti dell’offesa.

Intanto, sia nei luoghi di lavoro, sia all’interno della società, avvertivo l’accrescersi di una crisi che, prima ancora sfociasse poi in economica, era già incistata all’interno della società: vuoi il regredire delle condizioni di tutela dei lavoratori stessi, vuoi certi proclami razzisti e omofobi, le tragedie dei “clandestini” del mediterraneo – diventato un vero e proprio “cimitero marino” – o del riflettersi nei gesti e nelle abitudini di tutti noi dei messaggi subliminali della tivù, sempre più vuota, maleducata, arrogante, sempre più portata a una malsana pruderie: pensiamo all’audience cavalcato sui vari delitti insoluti, alle macabre gite nei luoghi dell’orrore; tutto ciò lo sentivo / lo sentiamo sempre più come un’offesa all’umanità; non un’indignazione, come ha giustamente rilevato un giovane critico a ridosso dell’uscita della raccolta, ma una vera e propria offesa.

Poi, nell’estate del 2007, avvenne il fatto tragico di Mestre; prendo dalla nota al testo in questione che ne è scaturito: Il 14 luglio 2007, nell’area di servizio Bazzera, a Mestre, da un camion-frigo tedesco che trasportava angurie, furono estratti i corpi congelati di tre clandestini iracheni. I giornali raccontarono le risa divertite dei turisti di passaggio, le foto ricordo fatte coi telefonini.
Quelle risa, quegli scatti-souvenir dei telefonini su quei poveri corpi morti, mi rimbombarono dentro come una selva di tuoni, non mi diedero più pace. In quei gesti senza cuore avvertivo un brusco scivolamento verso l’inciviltà, la barbarie. Nacque il testo Povere statue, che è il secondo della raccolta.

Poi, nel 2008, partita dall’insolvenza dei mutui subprimes negli Stati Uniti, dall’infestazione cui non c’era antidoto – perché ogni banca mondiale aveva “in pancia” i suoi parassiti di carta straccia – tutti abbiamo incominciato a fare i conti con l’offesa di un’economia non più “controllabile”, con una crisi economica che, come ogni virus, attacca per primi gli esseri più indifesi: i ceti più umili, i pensionati, le famiglie con qualche malato o portatore di handicap da assistere, i migranti che, vorrei ricordarlo per l’ennesima volta, espatriano da paesi in cui non c’è civiltà, libertà, possibilità di emergere dalla fame, non perché vogliono venire qui a insidiare le nostre indifferenti tranquillità.

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Fabio Franzin è nato nel 1963 a Milano. Vive a Motta di Livenza, in provincia di Treviso. Ha pubblicato le seguenti opere di poesia. El coeor dee paròe, Zone, 2000; Pare (padre) Helvetia, 2006; Mus.cio e roe (Muschio e spine), Le voci della luna; Fabrica, Atelier, 2009; Rosario de siénzhi (Rosario di silenzi – Rožni venec iz tišine) Postaja Topolove, 2010, edizione trilingue con traduzione in sloveno di Marko Kravos; Siénzhio e orazhión (Silenzio e preghiera) Edizioni Prioritarie, 2010; Co’e man monche (Con le mani mozzate) Le voci della luna, 2011; Il groviglio delle virgole, Stamperia dell’arancio, 2005. La raccolta Canti dell’offesa e’ uscita Il Vicolo Divisione Libri, 2011.

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