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IL MELO IN FIORE E I DISCORSI DELL’IMBIANCHINO

In un’intervista Pier Paolo Pasolini dichiaro’ che scrivere e’ una cosa priva di senso. Scrivere e’ soltanto l’abitudine a esprimersi, e l’unico senso e’ un senso esistenzialistico. E allora, perché’ scrivere? Per due scopi, egli aggiunge: quello, appunto, del bisogno di comunicare la propria sfera esistenziale – cosa che avviene sotto “il segno della grazia”- e quello di assolvere il proprio impegno come cittadino. I due scopi non si escludono, ma si compenetrano.
La lezione di Pasolini lascerebbe intendere che non c’e’ conflitto tra poesia “lirica” e poesia “civile”. Che lo sguardo del poeta immerso nell’espressione metafisica del proprio io non contraddice lo sguardo che riflette il dato storico. Potremmo anzi dire che i paesaggi quotidiani, gli eventi sociali e storici, influenzano la cifra stilistica interiore, il suo linguaggio, e viceversa.
C’e’ pero’ un passaggio in cui il poeta esprime le sue personali perplessità’ su quali dei due scopi intende intimamente assolvere. Io credo che il suo dubbio, non esplicitato, fosse determinato da una stanchezza, da ciò’ che egli definisce “i pesanti concetti dell’impegno”. L’aggettivo “pesante” sembra quasi suggerire l’impossibilita’ di sottrarsi alla necessita’ di un impegno, anche in poesia. Ci sono momenti storici, evidentemente, in cui il poeta e’ richiamato, lo voglia o meno, alla poesia civile.
Bertold Brecht ha sintetizzato con efficacia queste due anime della poesia, queste due pulsioni, se vogliamo, scegliendo l’impegno come valore piu’ alto rispetto al ripiegamento lirico, che comunque non rinnega, anzi:

IN ME COMBATTONO
L’ENTUSIASMO PER IL MELO IN FIORE
E L’ORRORE PER I DISCORSI DELL’IMBIANCHINO
MA SOLO IL SECONDO
MI SPINGE AL TAVOLO DI LAVORO

E’ vero che Bertold Brecht e’ un poeta politicamente orientato, ma anche consapevole che la poesia e’ anche poesia lirica. Solo fa una scelta di campo, e lo fa producendo poesia e letteratura di altissimo livello.
Ma la poesia civile in Italia, perché’ ci rimanda sempre alla mente solo Pasolini? Nel nostro Paese ha in realtà’ una lunga tradizione, : cos’e’ in fondo La Divina Commedia di Dante, se non poesia civile? Con il romanticiamo, la poesia da noi divenne soprattutto una poesia celebrativa, patriottica. Una poesia dei grandi eventi. Ci fu poi una lunga scuola di poesia piu’ soggettiva, intimistica.
La poesia civile odierna e’ invece calata su problematiche sociali, la sua cifra stilistica e’ immersa nel quotidiano. E di poeti d’impegno civile ce ne sono tanti, sebbene non alla ribalta. La poesia in genere, lirica o civile che sia, soffre. Giacche’ questa forma d’arte, di cui ci vantiamo in quanto italiani, e’ stata relegata e ammuffisce nei blog o negli incontri di poeti che leggono poeti, e’ un prodotto intellettuale percepito come difficile, escluso del tutto o quasi dal mercato dell’editoria (e qui il concetto per cui la poesia “non serve” assume l’unico significato etimologico di poca utilità’).
Forse la causa dipende anche da questa lunga tradizione di una poesia avvitata al linguaggio, chissà’. Una poesia che, invertendo i soggetti dei versi di Pasolini, punta a “non parlar la cosa, ma la parola”. Che non fonda la propria espressione sull’aderenza alla realtà’, ma ha una fiducia smisurata solo nella lingua.
E sicuramente un’altra causa e’ la tendenza, da parte di una certa cultura del Paese, a ricondurre riduttivamente la poesia civile a una poesia ideologica e politica.
A diffidare dalla poesia con temi sociali, in un’assertività’ che e’ pur sempre una dichiarazione ‘sociale” sono coloro che dichiarano che la poesia non deve servire (nel suo doppio senso etimologico di utilità’ ma anche di asservimento). La poesia, secondo questi, deve bastare a se stessa, restando fuori dai processi storici.
Ci sono tuttavia esempi, nel Novecento, che smontano la pretesa di una totale indipendenza del poeta rispetto al contesto storico in cui vive. Basti pensare a Gottfried Benn, uno dei più’ grandi poeti della Germania, che aveva sempre rifiutato l’idea di una letteratura engagée, e la sua adesione, seppur breve, al Nazionalsocialismo. E’ la miopia sul presente di un grande poeta per il quale “Lo stile è superiore alla verità”, che infine deve fare i conti con la verità’ storica che ha esiliato dalla sua scrittura. C’e’ sempre il rischio di una deriva ideologica non solo in chi si accosta alla realtà’ e se ne fa interprete, a torto o a ragione, ma anche e tanto più’ in chi rifiuta ogni confronto con l’ideologia apertamente o nascostamente attiva nel suo contesto storico.
Oggi viviamo in una società’ globalizzata e informata (o strumentalizzata attraverso media che ne condizionano sovente le opinioni senza strumenti critici). Una societa’ complessa, dove piu’ che le ideologie dichiarate contano i mercati, dove domina la cultura di massa. In questa società’ fluida e alienante, il ruolo del poeta ripiegato (soltanto) sulla propria soggettività, rischia di esprimere un umanesimo a sua volta alienato.
C’e’ per fortuna una crescita, negli ultimi tempi di una poesia che non chiamerei tout court d’impegno. Che intende sottrarsi a semplici schematizzazioni ideologiche ed esprime, piuttosto, il desiderio di una cittadinanza offesa, il dissenso verso condizioni politiche ed economiche che minacciano la libera scelta, e questi sono temi che riguardano tutti, poesia compresa.
Questo e’ un momento storico, a mio parere, in cui il poeta e’ richiamato, lo voglia o meno, ne sia o meno consapevole, alla poesia civile. Ci sono circostanze che lo fanno diventare suo malgrado poeta “impegnato”. Sull’entusiasmo del melo in fiore prevale, assordante e urgente, il discorso dell’imbianchino.

PAOLA MUSA, 28 Ottobre 2012

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  1. ottobre 27, 2012 alle 4:35 pm

    Una bella analisi, mi trovo particolarmente d’accordo con la considerazione secondo cui la poesia sarebbe “avvitata al linguaggio” e quindi percepita come “difficile”, e la colpa qui è solo di chi, autore, ne ha perso di vista la funzione comunicativa nel nome della tradizione linguistica, dimenticando che una lingua è una cosa viva e cambia in continuazione, che uno lo voglia o meno. Mi viene in mente un articolo di Piero Citati: http://www.corriere.it/cultura/12_febbraio_15/elzeviro-citati-metafora-uccide-lingua_814fe98c-57c4-11e1-8cd8-b2fbc2e45f9f.shtml

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