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Miklós Radnóti e il nuovo antisemitismo ungherese

E’ di ieri la notizia secondo cui Marton Gyongyosi, deputato di spicco del partito di estrema destra ungherese Jobbik ha fatto richiesta di stilare una lista dei funzionari di origine ebraica perché a suo dire sarebbero potuti essere una minaccia per la sicurezza del Paese. L’uomo in seguito ha ritrattato. L’ultradestra antisemita in Ungheria sta crescendo in maniera preoccupante. Con 44 seggi su 386 Jobbik, o movimento per l’Ungheria migliore, è il terzo partito del Paese, e ha forti legami con l’organizzazione nazionalista e paramilitare della Guardia ungherese, dichiarata illegale. I leader del movimento hanno sempre negato le accuse rivolte, sostenendo di voler soltanto proteggere gli interessi e i cittadini ungheresi.
Oggi pertanto vogliamo ricordare Miklós Radnóti, uno dei massimi poeti ungheresi del novecent, vittima dell’antisemitismo, rimasto sino a poco tempo fa quasi sconosciuto in Italia.
In occasione del centenario della nascita, Donzelli ha proposto un volume al lettore italiano con una ampia antologia, curata e tradotta da Edith Bruck.
Nato a Budapest nel 1909, Radnóti ha avuto una vita estremamente difficile, stroncata nel 1944, a soli 35 anni, nel modo più indegno. Una lingua innovativa ma universale, la sua, che testimonia un cuore eroico, lo specchio di una personalità fuori dal comune, quella di un uomo capace di restare fedele a se stesso e alla sua patria-patrigna fino all’ultimo giorno, fino alla pallottola che lo colpì alla nuca, quando ormai era già stremato dai lavori e dalle marce forzate tra i diversi campi in Romania, in Serbia, in Ungheria. Eppure, né le umiliazioni estreme né i lavori disumani, a cui fu condannato per la sua origine ebraica, ne hanno mai piegato l’umanità, la libertà interiore, accrescendone piuttosto la coscienza civile ecumenica, la lucidità nello scrivere, testimoniare. Per Radnóti la matita era un’arma, per continuare fino all’ultimo minuto a comporre versi, come nel caso di quell’ultima poesia, trovata nella tasca del suo impermeabile quando nel 1946, dopo che i suoi resti furono riesumati dalla fossa comune ad Abda, vicino al confine con l’Austria, quando Radnóti ricevette finalmente una degna sepoltura.

Nella radice guizza la forza,
beve la pioggia, vive di terra
e il suo sogno è bianco, di neve.

Di sotto terra urge alla superficie,
si arrampica ed è furba,
ha le braccia come funi.

Sulle sue braccia dorme il verme,
ai piedi della radice siede il verme,
il mondo si vermifica.

Ma la radice continua a vivere sotterra,
non si cura del mondo,
solo dei suoi rami frondosi.

Lei li ammira, li nutre,
sapori buoni gli invia,
sapori dolci, celestiali.

Sono anch’io una radice, adesso,
vivo tra vermi, io,
e qui preparo questa poesia.

Ero fiore, sono diventato radice,
buia e pesante la terra su di me,
la mia sorte è compiuta,
una sega piange sulla mia testa.

(Lager Heideman, Zagubica, 8 agosto 1944)

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