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Archive for dicembre 2012

François Cheng – Un giorno, le pietre.

Un giorno
Vi ritroveremo
Sul nostro cammino

Pietre

Ignorate
Calpestate
Detentrici tuttavia
Dell’origine
Della fiamma
Del soffio dell’iniziale

Promessa

RitrovandoVi
Ci ritroveremo

*****

Dal piede alla pietra
non c’è che un passo

Ma quanti abissi da superare

Noi siamo sottomessi al tempo
Lei, immobile
nel cuore del tempo
Noi legati alle parole dette
Lei, immutabile
al cuore del dire

Lei, informe
capace di tutte le forme
Impassibile
utero dei dolori del mondo

Brulicante di muschi, di grilli
di brume trasformate in nuvole
Lei è via di trasfigurazione

Dal piede alla pietra
non c’è che un passo

Verso la prescienza
Verso la presenza

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François Cheng (cinese tradizionale: 程抱一, “Colui che comprende l’Unità”) (30 agosto 1929) è uno scrittore, poeta e calligrafo cinese naturalizzato francese. È diventato cittadino francese nel 1971.
Nato in una famiglia di letterati (i suoi genitori furono tra i primi borsisti cinesi negli USA, e il padre fu uno dei fondatori dell’UNESCO), arrivò in Francia nel 1949, senza conoscere una parola di francese, esule dalla sua patria e spinto dalla passione per la cultura francese. È entrato nella carriera universitaria a partire dagli anni sessanta, all’École des langues orientales, cimentandosi anche in traduzioni di poesia, e traducendo in cinese Baudelaire, Rimbaud, Apollinaire, Char e Michaux.
Naturalizzato francese nel 1971, ha cominciato a pubblicare in francese abbastanza tardi, inizialmente sulla pittura cinese, poi anche opere di poesia. Successivamente, valutando di aver raggiunto l’esperienza sufficiente, è passato a scrivere romanzi.
Nel 2001 François Cheng è stato insignito del Grand Prix de la francophonie dell’Académie française. Il 13 giugno 2002 è diventato il primo asiatico eletto tra i membri dell’Académie française. È membro dell’Haut Conseil de la Francophonie.
Nel 2007 è stato insignito della laurea honoris causa in Lingue e Letterature Straniere dall’Università degli Studi di Bergamo.
Non si può comprendere la poesia di Cheng se non si hanno presenti, non solo alcune nozioni fondamentali di filosofia cinese, ma anche quale importanza ha la scrittura per ideogrammi nella formazione estetica e culturale, infine quali sono i soggetti quasi immutabili della pittura, che tornano come soggetti fondamentali della sua poesia : la Montagna, l’Acqua.
In questi paesaggi l’uomo è una minuta silhouette, che solo a uno sguardo superficiale può risultare insignificante, perché di fatto l’uomo, l’artista, è ovunque presente: quella natura è vissuta o sognata da lui. Ciò che il paesaggio esprime altro non è che il modo d’essere dell’uomo: i suoi atteggiamenti, il suo ritmo, il suo spirito, i terrori, le estasi, gli slanci, le contraddizioni, i desideri esauditi o inappagati. Tutte le figure della natura vengono così a comporre un variato lessico del destino umano.
In un’intervista sulla differenza tra la cultura cinese e la cultura occidentale, Cheng ha affermato: “Nessun discorso sulla vita è vero, se non si comprende il male che lo abita. Certo, è importante che il rifiuto di arretrare davanti al dolore non ci annienti; al contrario, che porti a maggiore consapevolezza, apertura. Si tratterebbe, insomma, di coniugare il senso acuto della tragedia,che è molto occidentale, con la visione taoista, che esalta il principio di vita e ci incoraggia a essere ricettivi davanti all’istante, alla bellezza”.AVT_Francois-Cheng_5406

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NELLA CELLA, NEL DURO, ANCHE (CESAR VALLEJO)

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Nella cella, nel duro, anche
i cantoni si acquattano. 

Accomodo ciò che, nudo, fa grinze,
si piega, si sfilaccia. 

Smonto dal mio cavallo ansante, soffiando
via tracce di percosse e di orizzonti;
piede schiumoso contro i suoi tre zoccoli.
E lo incito: Andiamo, animale! 

Si piglierebbe meno, sempre meno
di quanto mi toccava dare
nella cella, nel liquido. 

Il compagno di carcere mangiava il grano
delle colline col mio stesso cucchiaio
quando, bambino, alla paterna tavola,
m’addormentavo masticando. 

Sussurro all’altro:
torna, esci dall’altra parte:
sbrìgati, via, fa’ in fretta! 

E senza avvedermene progetto, almanacco
sul lettuccio sconnesso, so capire:
Ma no. Quel medico è un uomo sincero. 

Non riderò più quando mia madre pregherà
nell’infanzia, la domenica, alle quattro
del mattino, pei viandanti,
i carcerati,
gli ammalati
e i poveri. 

Nel recinto dei bambini, non darò più
pugni a nessuno di loro, che dopo,
ancora sanguinando, avrebbe pianto: sabato
ti darò la mia carne, ma tu
non mi picchiare!
Non gli dirò più va bene. 

Nella cella, nel gas illimitato
che si arrotonda condensandosi,
chi incespica lì fuori? 

 

Categorie:Poesia

Considerato a freddo, imparzialmente (Cesar Vallejo)

Considerato a freddo, imparzialmente,
che l’uomo è triste, tosse, e tuttavia
si compiace d’avere un petto rosso;
che tutto ciò che fa è esser composto
di giorni;
che è un fosco mammifero e si pettina…

Considerato che
l’uomo procede dolcemente dal lavoro
e riecheggia capo, suona subordinato;
che il diagramma del tempo
è sempre un diorama di medaglie
e a metà aperti i suoi occhi studiarono
fin da lontani tempi
la formula famelica di massa…

Compreso senza sforzo
che l’uomo a volte si mette a pensare,
come volendo piangere,
e destinato a stendersi da oggetto
si fa buon falegname, suda, uccide
e dopo canta, pranza, s’abbottona…

Considerato inoltre
che l’uomo in verità è un animale
e tuttavia, girando, m’urta nel capo con la sua tristezza…

Esaminati infine
le sue carte in contrasto, il suo cesso,
la sua disperazione al terminare del giorno atroce,
che lo annienta…

Compreso
ch’egli sa che lo amo,
che l’odio con affetto e m’è, in definitiva, indifferente…

Considerato i suoi documenti d’insieme
e guardato con lente l’attestato
che prova ch’egli nacque piccolino…

gli faccio un cenno,
viene,
e io gli do un abbraccio, mi commuovo.
Che importa! Mi commuovo… Mi commuovo…

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César Abraham Vallejo Mendoza (Thomas Merton lo chiamava “il più grande poeta universale, dopo Dante”, e il poeta, critico e biografo Martin Seymour-Smith, una delle principali autorità della letteratura mondiale, ha detto di lui: “… il più grande poeta del XX secolo, in qualsiasi lingua”) nacque a Santiago de Chuco, un villaggio andino del Perù. Fu il minore di undici figli e studiò all’Università Nazionale di Trujillo. Il poeta interruppe varie volte gli studi per lavorare in una piantagione di canna da zucchero, dove si rese conto di come venivano sfruttati i contadini; fu un’esperienza che influì sulla sua visione sia politica che estetica. Vallejo si laureò in lettere nel 1915.

Più tardi si trasferì a Lima, dove lavorò come insegnante e si avvicinò ai membri della sinistra intellettuale. Dopo una serie di difficoltà riuscì a pubblicare il suo primo libro di poesie Los heraldos negros: sua madre morì nel 1920 e dopo essere tornato a Santiago de Chuco fu imprigionato per 105 giorni con l’accusa di essere un incendiario, prima di aver dimostrata la propria innocenza.

Dopo aver pubblicato Trilce nel 1923 e perso il posto di insegnante a Lima, il poeta emigrò in Europa, dove visse fino alla sua morte avvenuta a Parigi nel 1938. Fu sepolto nel Cimitero di Montparnasse.

Durante la sua vita conobbe e divenne amico di alcuni noti pensatori peruviani suoi coetanei, come Antenor Orrego, Abraham Valdelomar, Víctor Raúl Haya de la Torre e José Carlos Mariátegui.
Cesar_vallejo_1929

Categorie:Poesia

Giornalismo – Juan Gelman

alla mattina alle dieci gli impiegati della giustizia
si misero a urlare contro l’ingiustizia del loro magro salario
alle undici si scoprirono certe manovre delittuose
alle dodici il partito democratico borghese confermò di essere democratico e borghese

ci fu un concorso in municipio
crebbe la carestia di vita
si pranzò in generale in maniche di camicia di fronte a un buon vino
la legge organica della polizia non soffrì di grandi varianti
all’una alle due del pomeriggio sotto la gloria del gran giorno
altre città del paese ricordarono i loro fondatori i loro banditi

gli enti locali promossero decisioni contrarie
il sud continuò al sud
il presidente alle quattro ricevette il suo decimo magnate del petrolio

alle cinque mi scocciai
però alle sei ti vidi
dopo tanti anni ti vidi alle sei e mi turbai come un bimbo

il passato saliva come i tuoi dolci seni
ed erano le sei di una dolcezza come un violento oblio
ora ci sono delle lentiggini sul tuo collo e la tua voce era attuale
di modo che alle sette non facevi più notizia
cominciava il crepuscolo
usciva la gente dal lavoro
cresceva la carestia di vita
si scoprivano nuove manovre delittuose
in lungo e in largo nel paese.gelman

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Juan Gelman (Buenos Aires, 3 maggio 1930) è un poeta, scrittore e giornalista argentino.
È uno tra i maggiori poeti viventi di lingua spagnola, vincitore nel 2007 del Premio Cervantes.Nato a Buenos Aires da una coppia di immigrati ebrei ucraini, lascia gli studi universitari e si dedica completamente alla poesia.
Nel 1955 fonda il gruppo di poesia El pan duro, costituito da giovani militanti comunisti, collettivo che nel 1956 pubblica il suo primo libro Violín y otras cuestiones.
Nel 1963, durante la dittatura di José María Guido, è incarcerato insieme ad altri scrittori comunisti. Liberato, in seguito alle vibrate proteste del mondo politico e intellettuale, abbandona il Partito Comunista argentino e si avvicina ai movimenti peronisti-guevaristi (Fuerzas Armadas Revolucionarias ).
A partire dal 1967 inizia la sua attività di giornalista per varie riviste nazionali e internazionali.
Nel 1975 per decisione del suo stesso gruppo politico abbandona l’Argentina, per poter proseguire dall’estero l’attivitá di opposizione alle politiche repressive già in atto nel paese, rifugiandosi prima a Roma e poi spostandosi tra Ginevra, Madrid, Managua, Parigi, New York per stabilirsi infine in Messico.
Nel frattempo, in seguito al colpo di Stato militare del 1976, che andava sotto il sinistro nome di Proceso de Reorganización Nacional il regime militare argentino sequestra e uccide suo figlio Marcelo Ariel e sua nuora Maria Claudia García Iruretagoyena, genitori di una bimba nata in carcere e della quale si perde ogni traccia.
Grazie all’intervento di vari capi di Stato, la cui protesta è pubblicata su Le Monde , e alle reazioni dei tanti intellettuali, nel 1988 Gelman viene sollevato da ogni pendenza giudiziaria per la sua militanza di sinistra in seguito all’indulto promulgato dall’allora presidente argentino Carlos Menem.
Nel 1990 vengono identificati i resti del figlio Marcelo, ucciso con un colpo alla nuca e sepolto in un bidone riempito di sabbia e cemento. Nel 1999 Gelman ritrova la nipote scomparsa, data in adozione a una famiglia di Montevideo. Insieme alla nipote, che ha poi ripreso il nome dei suoi veri genitori (Macarena Gelman), porta avanti una battaglia civile per il riconoscimento dei diritti giuridici delle famiglie dei “desaparecidos”.
Da molti anni vive in Messico con la seconda moglie, la psicologa argentina Mara La Madrid.
Nel 2007 gli è stato attribuito il prestigioso Premio Cervantes.
Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e pubblicate in tutto il mondo.

La poesia “Giornalismo“, e’ anche il testo di una raccolta di Tango, Madrugada, vinile storico del Trio Cedròn Praino Stroscio, che era stato originalmente inciso nella lussureggiante swingin’ Buenos Aires del 1964, e di recente riprodotta su cd. Madrugada costituì la pietra angolare della nuova canzone argentina, fatta di Tango, poesia, sentimento e lotta civile.

Categorie:Poesia

Ajami: Il poeta della primavera araba condannato all’ergastolo dal Qatar

Da un latoQatar il Qatar appoggia la cosiddetta Primavera araba, finanziando i ribelli libici e quelli siriani, grazie ai suoi miliardi di petrodollari e la sua televisione di Stato Al Jazeera. Dall’altro, questi cosiddetti ‘paladini della libertà’, hanno condannato ieri all’ergastolo Muhammad Ibn al-Dheeb al-Ajami, che nelle sue poesie inneggiava alla Primavera araba e criticava l’emiro del Qatar, detentore del potere assoluto, e gli «sceicchi che giocano sulle loro playstation» a manovrare il mondo.
Il poeta è stato accusato di volere rovesciare l’emiro del Qatar Al Thani ma il suo difensore ha dichiarato che non era questo il suo intento. Ajami ha dichiarato: «È un’ingiustizia, non è possibile avere Al Jazeera e poi mettermi in prigione solo per un poema». Nel piccolissimo e ricchissimo Qatar abitano meno di due milioni di persone e la libertà di espressione non è garantita. «Il Qatar usa due pesi e due misure – hanno detto molti attivisti per i diritti umani – Ha aiutato paesi come la Libia e la Siria a diventare più democratici ma non accetta la democrazia in casa sua. È una vergogna».
Mohammed al-Ajami, qatariota, conosciuto come il “poeta dei gelsomini”, accusato di incitamento alla ribellione contro il regime, di diffamazione nei confronti del principe regnante, Tamim bin Hamad al-Thani, e di attacco alla costituzione.Al-Ajami (conosciuto anche con il nome di Mohammed Ibn al-Dheeb) era stato arrestato nel novembre 2011 dopo la pubblicazione della “poesia dei gelsomini”, che criticava i governi della regione del golfo con versi diventati celebri: “noi tutti siamo la Tunisia di fronte alla repressione delle elite”.
Mohammed Ibn al Adib, aveva richiamato nella sua poesia il popolo, l’eguaglianza, il diritto di cittadinanza, di appartenenza a quel popolo. Il poeta non ha mai nascosto di stare dalla parte dei popoli che protestavano agli inizi del 2011. Nei suoi versi aveva definito il totalitarismo dei governanti arabi ”un ladrocinio indiscriminato”.
In realtà già nell’agosto del 2010, rivolgendosi ai vertici del potere aveva pubblicato, sempre su internet, un’altra poesia nella quale aveva apertamente insultato l’emiro del Qatar, Sheikh Hamad bin Khalifa al Thani. Il procuratore di Doha non ha gli lasciato scampo: “l’autore della poesia ’Gelsomini tunisini’ è stato messo sotto accusta perché ha incitato al rovesciamento del sistema costituito”, cosa che avrebbe dovuto comportare – stando all’articolo 130 del codice penale – la pena di morte.
“E’ deplorevole che il Qatar, che si vanti a livello internazionale di essere un paese che promuove la libertà di espressione, si renda responsabile di quello che appare una clamorosa violazione di quel diritto”, ha dichiarato Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa delnord di Amnesty International.