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Archive for gennaio 2013

Simon Armitage – Zoom!

Inizia con una casa, una schiera di case
in questo caso
ma non si ferma qui. Presto diventa
un viale
che piega con arroganza passato l’Istituto Tecnico,
gira a sinistra
alla strada principale senza nemmeno guardare
e rapidamente ecco
una cittadina con le quattro banche principali
un quotidiano
e una squadra di calcio che lotta per la promozione.

Prosegue, dimentica del Piano Regolatore,
le zone di verde,
e prima che ce ne accorgiamo ci è sfuggita di mano:
città, nazione,
emisfero, universo, che si propaga in tutte le
direzioni
finché improvvisamente,
pietosamente, viene trascinata attraverso l’occhio
di un buco nero
e proiettata in una galassia confinante, emergendone
più piccola e più liscia
di una palla da biliardo eppure più pesante di
Saturno.

La gente mi ferma per strada, mi importuna
durante la coda alla cassa
e mi chiede “Cos’è questa cosa così piccola
e così liscia
ma con massa superiore a quella del pianeta con
anelli?”
Sono solo parole
Li tranquillizzo. Ma non ci credono.

(trad. Luca Guernieri)

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Simon Armitage è una delle figure di punta della nuova poesia europea. classe 1963, inglese del West Yorkshire, e’ riuscito a comprimere armonia e cattiveria, rabbia e umorismo, ed è diventato il poeta più importante della sua generazione Seguito con incondizionati consensi della critica fin dal suo esordio avvenuto nel 1989 con la raccolta Zoom!, ha pubblicato a soli trentotto anni una raccolta di Selected Poems, appena tradotte in Italia da Luca Guerrieri per Mondadori. Ha pubblicato nove volumi di poesia e scrive anche per la radio, la televisione e per il cinema. Attualmente insegna alla Manchester Metropolitan University e ha pubblicato con Robert Crawford la Penguin Anthology of Poetry from Britain and Ireland since 1945. E’ stato premiato al London’s Royal Festival Hall nel 1993. La poesia di Armitage si afferma per la forte aderenza al reale, che si realizza sia sul piano del linguaggio – prevalentemente di registro basso, parlato -, sia su quello dei contenuti – nei quali il poeta privilegia situazioni quotidiane, di nitida concretezza, segnate dall’epoca. Il suo procedere è spesso narrativo – con felicissimi passaggi da brevi flash a vere e proprie soluzioni poematiche – e il suo campo d’azione è vastissimo, poiché sa catturare con inesausta energia personaggi, luoghi ed eventi che si accavallano sulla pagina, e incalzano nel dettato con singolare efficacia e ricchezza di suggestioni. Ma non di meno il suo stile è raffinato, il suo controllo stilistico impeccabile. Un grande merito di Armitage, che è anche una indicazione precisa per la poesia d’oggi, è dunque nella sua capacità di coniugare un elevato livello di leggibilità con l’esattezza della parola e della forma. E tutto questo mentre ci racconta, con l’acutezza e il sentimento del poeta che osserva e partecipa, con disincanto e a volte con violenza, la nostra storia, il mondo in cui siamo immersi.simon_armitage_credit_paul_wolfgang_webster

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Todesfuge – Paul Celan

gennaio 27, 2013 1 commento

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

da “Papavero e memoria” (“Mohn und Gedachtnis”)

http://www.youtube.com/watch?v=mBpPioBKDJMCelan

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Todesfuge, ovvero “Fuga di morte” rappresenta forse la più trasparente e conosciuta poesia dell’autore: è un potente grido di dolore che descrive la realtà del campo di concentramento, denuncia la condizione dei prigionieri, e mette a nudo la crudeltà dei carcerieri nazisti nella sua elementare banalità quotidiana. Il titolo, originariamente TodesTango, coniuga la morte con il ritmo musicale proprio della Fuga, che Celan si propone di riprodurre nell’andamento dei suoi versi; in esso è da vedersi anche un richiamo diretto all’imposizione umiliante, inflitta dai nazisti agli ebrei prigionieri dei campi, di suonare e cantare durante le marce e le torture.

Celan scrisse questa poesia pochissimi anni dopo la fine della guerra, tratteggiando quindi una descrizione a caldo dell’evento; Todesfuge divenne quindi l’emblema poetico della riflessione critica intorno all’Olocausto, soprattutto essendo stata scritta da un ebreo, che aveva conosciuto la realtà dei lager, e tuttavia in lingua tedesca – la lingua materna di Celan. Celan stesso non mancò di dare lettura pubblica della sua poesia, in Germania, e di concederne l’inserimento in alcune antologie; successivamente però si rammaricò dell’eccessiva notorietà di questo testo, la cui diffusione poteva costituire anche un modo troppo facile da parte dei tedeschi, a suo avviso, di liberarsi del senso di colpa per i crimini nazisti. In questo quadro va ricordato anche il celebre verdetto di Adorno, secondo il quale scrivere poesie, dopo Auschwitz, sarebbe barbarico: in questo senso Todesfuge, ma anche tutta l’opera poetica di Celan, costituisce una vera e propria resistenza a questa condanna, un tentativo disperato e tuttavia lucidissimo di trasformare l’orrore assoluto in immagini e linguaggio.

La lirica si apre con un ossimoro[3] dal significato tanto innaturale quanto sconvolgente: schwarze Milch, “latte nero” simboleggia l’esperienza atroce della privazione del cibo e di tutto ciò che è necessario per vivere; inoltre l’ossimoro ritorna spesso all’interno del testo, così come gli avverbi di tempo ed alcuni verbi, mettendo in questo modo l’accento sulla monotonia che tristemente accompagnava i lavoratori dei campi di concentramento. Ed è ancora un vortice di parole che si ripetono ad inquadrare l’attenzione del lettore sulle fosse che vengono scavate, in terra e nelle nuvole, pronte ad ospitare i resti degli ebrei, controllati a vista dagli occhi blu degli uomini che “giocano con i serpenti” e che “scrivono ai capelli d’oro”, palese riferimento alla razza ariana predicata da Hitler.

Nel corso del testo vi sono alcuni riferimenti biblici, di cui Celan era un esperto, ma soprattutto ritorna una frase che verrà in futuro ripresa e riutilizzata in altri contesti, fino a diventare un vero e proprio slogan dell’antifascismo in Germania: der Tod ist ein Meister aus Deutschland, cioè “la morte è un maestro (che viene) dalla Germania”.

La lirica si chiude, infine, con un ultimo ritorno, e poi si interrompe, quasi a simboleggiare la mancanza di parole per descrivere ulteriore dolore, solo un ultimo richiamo a Margarete dalla chioma dorata, e a Sulamith dalla chioma… in cenere.

La misera consolazione – Paola Musa

gennaio 20, 2013 1 commento

PaolinaNoi fummo tra quelli che irruppero
scardinando il nulla
senza porte e pareti.

Tracciammo con stupore
la nostra incerta fede
tra le scintille stinte
di una vita incarnata

senza sapere esattamente
senza sapere davvero

quanto tempo era passato
quanto tempo fosse già corrotto
tra l’istante in cui irrompemmo
e quello in cui abitammo –

e se fossimo davvero noi gli arbitri,
gli eredi incontrastati della terra
i detentori del vero, o invero

gli impostori, gli ingannati, magari,
giacché nel tripudio d’infiniti mondi
solo uno fu nostro, e in questo

il cielo e’ ancora una trincea
contro il quale scagliamo ciechi
i salmi dell’abbandono.

Spezziamo la tiepida ferocia
del patto tra Dio e uomo
che langue, grumo nero,
sul volto della palude.

Ci basti la misera consolazione della specie
che nel sangue ha disegnato i suoi limiti,
e se evolve in un punto
è già involuto in un altro.

Categorie:Poesia

Uomo del mio tempo – Quasimodo

gennaio 18, 2013 1 commento

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Salvatore Quasimodo, da Giorno dopo giorno220px-Salvatore_Quasimodo_1959

I Salmi metropolitani di Michele Brancale

I
Ti ho incontrato da solo ieri sera.
Sbandavi tra il marciapiedi e la strada.
Eri una donna provata ed esposta
alla corsa notturna dei giovani.

Ti sfioravano con le loro moto.
C’ero anch’io. Tornai indietro chiamandoti.
“Stai bene?”. Con i sandali laceri
oscillavi solo come gli ubriachi.

Giravi senza meta, mio Signore.
Parlavi di uno stipendio rubato,
di tua figlia e di lavoro perduto:
sconnessa, gli occhi chiusi, senza appiglio.

Chissà’ se eri vero. Vere Le mani.
Mostrasti certa le palme ferite.
Ti avevano drogato, mio Signore.
Aspettammo seduti l’ambulanza.

II

A cercare paradisi nei covi,
negli angoli, non soltanto ragazzi
adottati da pillole matrigne,
da patrigni liquidi. Per nutrirsi

di frutti amari,buoni nell’aspetto,
si pongono in schiera adulti invasati,
sorretti dallo spirito di guerra,
a cui e’ tolta la visione del sangue.

Cade la parabola del discendente,
avvolta in questo velo di sconfitta
tessuto dal crimine organizzato
e da quello legale, finanziario,

con i missili indicizzati in borsa.
Mute le vittime collaterali
tra le braccia della Guerra, la madre,
cannibale, di tutte le poverta’.

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I “Salmi metropolitani” (ediz. Del Leone, postafazione di Antonio Tabucchi) di Michele Brancale, da cui sono tratte le due poesie, sono un compendio di poesia e preghiera, di denuncia civile e fede inquieta. 150 componimenti, tanti quanto i salmi che la tradizione ebraica attribuisce a re Davide, attraverso i quali, tra descrizione e invocazione, si staglia una citta’ di solitudini, “aggredita dal frastuono” ma soprattutto “ingombrata” da una moltitudine di Io. Tra “fontane ossidate”, quartieri abbandonati e lapidi di soldati caduti e dimenticati affinché’ le guerre possano ripetersi, lo sguardo del poeta e’ smarrito e lucido al contempo. Il rapporto di Brancale con Dio e’ una libertà’ simile a “un’ombra con ali di nebbia”, una coscienza che tenta di arginare la perdita di direzione dell’Umanità’ attraverso un dialogo sommesso con il Senso. Gli unici veramente vivi, appaiono, come sempre, gli ultimi: gli anziani, le prostitute, gli emigrati, i malati. Per certi versi non solo la poetica, ma anche il tono sommesso di BrancaleBrancale ricorda il poeta Padre David Maria Turoldo, con il quale condivide l’impazienza per la seconda venuta del Signore, e forse anche l’idea che “Cristo non è una cavia o un sistema; è l’evento dentro e oltre i fatti”.
Michele Brancale (1966) vive e lavora a Firenze. È autore delle raccolte poetiche La fontana dacciaio (Firenze, Polistampa 2007) e Salmi metropolitani (Spinea, Edizioni del Leone 2009) e del racconto Soave e invecchiato (Firenze, Polistampa 2007).

Riszard Krynicki – Niente cambia.

gennaio 13, 2013 1 commento

Niente cambia
ogni giorno attendi che ti assegnino l’appartamento
ti alzi il mondo esiste ancora
torni dal lavoro il mondo ancora esiste
leggi nel giornale
che i cinesi hanno scoperto un osso che può
rivoluzionare la scienza
e demolire la teoria di Darwin
vai a letto ti addormenti
senza ascoltare fino alla fine l’ultimo notiziario
dormi non sogni nulla
ti alzi le tue ossa non rivoluzioneranno la scienza
ti rechi a lavoro lungo la via dell’Armata Rossa
il mondo esiste ancora niente è cambiato
sul lato sinistro della via
dipende dalla direzione in cui ti muovi
insieme al paese intero
sul lato di sinistro della via
sul lato di estrema sinistra della via
sul lato sinistroide della via
sul lato levitante della via
vedi uno slogan lo scopo più alto della strada è l’uomo
sul lato etc. destro lo slogan lo scopo più alto
più in basso non riesci a leggere
più in basso cadono gocce di pioggia aerei petali di neve
niente è cambiato
le macchine imprimono nell’asfalto
la misteriosa lettera &
il tempo scorre nell’immobilità come corrente elettrica

e il tuo bambino tornando dall’asilo sa già
che lo scopo più alto è

etc.

(tratto da Abitiamo attraverso la pelle – Interlinea edizioni)

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Ryszard Krynicki (Sankt Valentin, 28 giugno 1943) è un poeta, editore e traduttore polacco, uno dei più importanti intellettuali della Polonia contemporanea.
Nato nel 1943 nel campo di concentramento di Sankt Valentin, in Austria, i suoi esordi sono legati al movimento Nowa Fala (Nuova Ondata), di cui fecero parte autori accomunati da uno sguardo critico e lucido sul regime, tanto che negli anni 1976-1981 la pubblicazione delle sue opere fu vietata dalla censura del regime. Nel 1988 ha fondato la casa editrice a5, che pubblica poesia contemporanea e il premio Nobel Wisława Szymborska. Ha tradotto, tra gli altri, Bertold Brecht, Nelly Sachs e Paul Celan ed è stato tradotto in tedesco, inglese, ceco, slovacco, bulgaro, ebraico, svedese. Nel 2012 gli è stata dedicata in Italia la raccolta Abitiamo attraverso la pelle edita da Interlinea edizioni, a cura di Francesca Fornari, in occasione del premio alla carriera conferito dal Festival internazionale di Poesia Civile di Vercelli.Ryszard_Krynicki