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Archive for marzo 2013

Il nord-est di Francesco Sassetto

Sassetto Preganziol

E sbarco anch’io all’alba a questo non luogo,
a questa landa di nebbia e ritagli anneriti di prati,
nebulosa edilizia di villette a schiera e capannoni,
rotatorie e passanti, satellite di una galassia edilizia
cresciuta ad astuzia e ignoranza, a strette feroci
di mani, occhiate d’intesa, tracotanza ed impresa
qui a nordest.
Sbarco a questo non paese, vuoto urbano travestito da città,
senza centro, senza piazza, senza peso di gravità.
Qui ci si incontra negli ipermercati, ci si saluta
nei parcheggi scambiatori, si va la domenica in chiesa
a mostrare la famiglia unita e gli abiti firmati,
a celebrare il culto del denaro
il nume tutelare.
Questa è la plaga dove si amarra dall’Africa,
dall’Est, da più prossime sponde, per un lavoro,
una stanza ammobiliata, un bilocale.
Qui vetrine scintillanti d’alta moda, processioni
di Suv e di Toyota, doppie e triple
case, evasione fi scale
esponenziale, parabole d’antenne ai davanzali.
Di sera le puttane vanno in lunga fila ai bordi
delle strade, banchi d’ombre senza nome
tra le frenate degli acquirenti e i cartelli comunali
che esortano al decoro.

E sbarco anch’io a questa proda dal treno
del mattino, esule e clandestino
con altri cento, pallido di gelo e di stanchezza
come loro, traverso le strade che sanno di gas
e di catrame.
E vado a lavorare.

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Francesco Sassetto risiede a Venezia dove è nato nel 1961. Laureato in Lettere insegna nella Scuola Media “Ugo Foscolo” di Preganziol (Treviso). Scrive componimenti in lingua e in dialetto veneziano che hanno ricevuto numerosi premi e segnalazioni. Ha pubblicato due raccolte di poesia: Da solo e in silenzio, che comprende anche alcuni testi in dialetto veneziano (Milano, Montedit 2004) e Ad un casello impreciso (Padova, Valentina Editrice 2010). Questa poesia e’ tratta dal volume Background (Dot.com Press, 2012), prefazione di Fabio Franzin, che di lui ha scritto: “Sassetto è nato all’inizio degli anni ’60, in una terra che si stava cavando via rogna e miseria, trasformando stalle e sgabuzzini in laboratori, in fabbrichette che diventavano capannoni, in capannoni che formavano distretti industriali, in distretti industriali che, devastando anime e territorio, crearono, comunque e in pochi anni, il ‘miracolo economico del nord-est’ a cui si affiancarono gli ipermercati, i centri commerciali, i non luoghi dove ci si incontra. Allora, in seno a questo mutamento economico e antropologico, il background si fa imprinting, non è più dato solo dai natali, perché altre entità sono intervenute alla formazione dell’individuo, e tutti
noi sappiamo quale sia, sia stata, la grana di codeste entità, nel passaggio da una civiltà prettamente contadina a quella industriale malamente arricchita, e ora, da quella industriale che, nel frattempo ha mostrato tutti i suoi taconi, a quella di una frana sociale in incessante smottamento. Mutamenti che in passato richiedevano l’opera scultorea di secoli, si sono avvicendati, in queste terre, nel corso di sole due generazioni’.

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Paolo Polvani – La via del pane

PolvaniLa murgia aspra
è amara mandorla
amara cicoria.
La murgia desolata e muta del falco
disperata nel mezzogiorno a picco.
Tetra, sinistra di scorzoni,
di masserie sospese ad un silenzio di colline,
di trulli solitari
acquattati e gonfi, rigogliosi di muschi
in un intrico di spighe e di fruscii
di serpi, di sterco improvviso
tra i cespugli e campanacci radi.
Disperati perazzi
confinati nei muti angoli e stazzi
di pietra forte, che la terra inesausta
partorisce.
Nell’incendio di giugno amarla
è respirare il cielo.
La masseria Madama è in fondo
a uno stradone bianco.

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Il rosa del mattino disegna la masseria Madama:
i forti stazzi quadrati, la casa
padronale, alta, munita di garitte.
Le colline sospendono il respiro.
Tacciono i galli, non guaito di cani.

Cento passi e poi il muretto a secco
che recinge i magazzini bassi le stalle
la chiesa la casa dei padroni.

Improvvise, tonanti, le canne dei fucili.
La murgia solitaria assorbe il fragore degli spari.
Dal muretto fuoco e fumo.

Cadono, cadono i braccianti
sparsi alla campagna passeri in fuga.
Cade Amaturo Antonio
e un rantolo di sangue ristagna
nell’agonia degli occhi:
pane, pane cercavo per i figli.

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S’annuncia un’estate bianca
di cicale e d’attesa.
Il muso del gatto chiede
il ronzio di un’ombra.
“Serrate le finestre,
e un ventaglio!”.

Il tonfo sordo nei pozzi
e un’eco fresca
e sotterranea di pace.
Molte braccia non sono tornate
dal fronte, dai nomi
masticati con l’amara imperizia
dei vecchi.
E’ la mietitura del ’20.
Si prevedono aumenti
sul pane,

E’ giorno di paga.
Qualcuno grida.
Come un vento atterrisce le spighe
e allestisce un’onda
luminosa di grano,
il grido prorompe,
ondeggia e si spande,
inonda le vie di bianche
camicie.

Nelle strade bianche
corrono le coppole
e le bianche camicie.
I ruvidi colori
dei fazzoletti
dei mietitori.
Il fruscio di un dolore
come una serpe nel grano
alza un vento che sa
di sudore.

Al portone padronale.
La folla aspra è un ariete.
Le finestre sbarrate.
All’interno cigolano
le spranghe
vibrano i cardini
e uno scricchiolio del legno.
Un esercito scalzo
assedia il silenzio.

Nel fresco dei cortili
corrono le giberne
alla durezza di una voce.
I chiodi sulle pietre
e un ritmo.

I braccianti all’assalto
degli scalini del cielo.
Il portone cede
al vento della rabbia.

Ecco la guardia nazionale
ai lati del cannone,
i fucili puntati.
Ecco le nere canne
che aprono un destino.
Ecco il silenzio dei cortili.

Nel bianco delle stanze
frusciano le vecchie serve
con un catino in mano,
un grido alla Madonna.
E’ giunto anche il dottore
scortato dai soldati.
Nelle penombre i rosari.

Sul cortile si apre una finestra.
E’ lì che donna Bianca
respirava un silenzio
allagato di luna.
Di lì il canto estivo di un grillo
e la rondine persa nei lunghi
corridoi, spaesata nei tendaggi.
Di lì sussurrati nel buio
con le cugine di pochi anni prima
scivolavano nomi maschili.
Qualcuno che parla a suo padre,
che la cerca per sposa.
Poi l’attesa di un figlio.

Da quella finestra,
è la fine di maggio,
il fattore che grida col padre,
c’è gente, si spranga
il portone.
Agitazione
in tutto il paese.
Gli uomini armati.
La Vergine in salotto
e in ginocchio le donne
stringono corone e singhiozzi.
Da quella finestra
vede il portone gonfiarsi
sotto l’assalto di un invisibile
vento.

Poi quel sangue improvviso.
E la vergogna e il dolore
e il dottore
e il soffitto che gira.

(da LA VIA DEL PANE – di Paolo Polvani)

Note dell’autore a LA VIA DEL PANE
Alcuni anni fa ebbi modo di ascoltare, direttamente dalla nobildonna Bianca de Martino Norante, il racconto di un episodio avvenuto a Barletta nell’estate del 1920. La signora era allora una giovane sposa, incinta del suo primo figlio. Nell’immediato dopoguerra l’Italia visse uno dei periodi più drammatici della sua storia. La Puglia fu squassata da lotte sociali terribili, legate alla questione della terra. Nell’estate del ’20 una violenta protesta bracciantile dilagò per le strade di Barletta. Il palazzo Marulli fu assediato dai dimostranti. Intervenne l’esercito. Si sfiorò la tragedia. Ma non fu possibile evitare una tragedia privata: a causa dello spavento la signora Bianca perse il suo primo figlio. Rimasi colpito da quello che accadeva a margine dell’avvenimento storico, di come la storia s’immetta di prepotenza nella vicenda esistenziale.

Paolo Polvani è nato nel 1951 a Barletta, dove vive. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Nuvole balene, ediz. Antico mercato saraceno, Treviso 1998; La via del pane, ediz.Oceano, Sanremo 1999; Alfabeto delle pietre, ediz. La fenice, Senigallia, 1999;Trasporti urbani, ediz. Altrimedia, Matera 2006; Compagni di viaggio, ediz. Fonema, Perugia 2009; Gli anni delle donne, e-book, edizioni del Calatino, 2012. Un inventario della luce, ediz. Helicon 2013.
Sue poesie sono state pubblicate da numerose riviste. E’ presente nell’antologia Dentro il mutamento, edito dalla casa editrice Fermenti [2011.]

Aharon Shabtai – Una poesia per Neta Golan

Nel 1938

dopo essere stato condotto

su una nave militare

e condannato a ventotto

anni di reclusione

con l’accusa di aver istigato

i marinai turchi alla rivolta,

il poeta Nazim Hikmet

fu gettato

nel fondo

della latrina della nave.

Davanti agli occhi dei suoi torturatori,

rimase in piedi

nella merda

fino alle ginocchia,

e quando fu sul punto di svenire

e cadere

per l’immenso fetore,

aprì la bocca

e iniziò a cantare

canzoni d’amore,

ballate di campagna,

e qualsiasi melodia gli venisse in mente.

E così, come racconta Neruda,

le sue forze tornarono

a lui con orgoglio.

Mio caro Nazim,

imparerò da te,

canterò oggi

di Neta Golan,

rinchiusa

nella prigione di Kishon

per essersi legata

a un albero di ulivo

davanti alle ruspe dell’esercito

nel villaggio di Dir Istiyya.

Grazie a Neta

oggi non crollerò

nella fogna di Sharon.

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Aharon Shabtai, nato nel 1939 è uno dei maggiori poeti israeliani contemporanei Ha studiato Greco e Filosofia alla Hebrew University, alla Sorbona e a Cambridge. Insegna letteratura ebraica all’Università di Tel Aviv. Shabtai è il più accreditato traduttore di drammi greci in ebraico e ha ricevuto nel 1993 il premio del Primo Ministro per la Traduzione. È autore di più di quindici libri di poesia e sue traduzioni sono apparse in numerose riviste, incluse la American Poetry Review, la London Review of Books, e Parnassus in Review. Un’ampia selezione delle sue poesie, “Love & Selected Poems”, è stata pubblicata nel 1997 da Sheep Meadow Press.
Molte sue poesie politiche sono state pubblicate nel supplemento letterario settimanale del quotidiano israeliano Ha’aretz e hanno provocato lettere di sdegno all’editore e minacce di cancellare abbonamenti.
Espressioni come: “Voi leggete l’Haggadah /come maiali/ (…) Uscite fuori a guardare:/gli schiavi si stanno sollevando”, hanno creato a Shabtai seri problemi in patria.
La responsabilità principale di un poeta, secondo Shabtai, è – almeno a livello letterario – freschezza, attenzione e sorpresa. E quando le cose precipitano, lo scrittore responsabile non può non applicare questi valori al meno piacevole e forse il più civoloso dei soggetti letterari – la politica e gli affari pubblici.
“Nei tempi oscuri è possibile ancora cantare?” si domandava Bertolt Brecht. “Sì,” si rispondeva “bisognerà cantare dei tempi oscuri”.
Il suo libro “J’Accuse”, ha vinto il premio del PEN American Center. Rifacendosi alla famosa lettera in cui Emile Zola denunciava l’antisemitismo del governo francese durante l’affare Dreyfus, Shabtai accusa il suo paese di crimini contro l’umanità rifiutando di abbandonare la sua fede nei valori morali della società israeliana e di tacere di fronte agli atti di barbarie e di brutalità.

Neta Golan e’ un’ attivista israeliana per i diritti umani, arrestata nel 2008 dal proprio esercito per essersi introdotta senza permesso nella Striscia di Gaza.

href=”https://lapoesiacheserve.files.wordpress.com/2013/03/shabtai-aharon-1881008537.png”>shabtai-aharon-1881008537
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Parla la rosa – Giovanna Iorio

Giovanna />caproni e pasoliniLascia stare
l’essenza della rosa.

A me lo dici?
Lo dici a me?
A me che non ho niente?

Hai detto “butta
via ogni opera
in versi e in
prosa”

Hai detto “non
si può dire l’essenza
di una rosa”.

Ti prego lasciami andare
in questo deserto

ho sete di una rosa
ho il palato arso
sulla lingua mi hanno messo

una corona
di spine.

Dedicata a Giorgio Caproni e a Pasolini

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Giovanna Iorio vive e lavora a Roma.
Ha tradotto testi di poesia e di narrativa.
Per Einaudi “La Vergine nel giardino” di Antonia Byatt. Per Mobydick “Dopo Lungo Silenzio”, otto poetesse irlandesi. Per le edizioni Via del Vento i volumetti: “Falene” di Eavan Boland; “Scene da un bordello” di Medbh McGuckian. Per Trauben Edizioni “Testo di Seta” di Eilean Ni Chuilleanai.
Come autrice ha pubblicato racconti e poesie.”100 storie per quando è troppo tardi”, AA.VV. (Feltrinelli); “Roma per Roma” (Edizioni Progetto Cultura); “Il libro degli oggetti smarriti” in “La forza delle parole”, Fara Editore; “Rosso da camera”, AA.VV. Perrone Editore;”La mamma è la mamma”, Mondadori.
Le raccolte di poesie sono: “La memoria dell’acqua”, Ghaleb Editore. “Mare Nostrum”, CFR. “In-chiostro”, Delta3, primo premio Concorso “L’Inedito” 2012.
E’ autrice di narrativa breve per Storiebrevi.it, il sito della Feltrinelli.
Per il Cantiere di Radio Rai 3 ha scritto i radiodrammi: “Il delitto dello spazio misurato” e “La fine del mondo”.
Collabora con il Blog Letterario “Finzionimagazine” http://www.finzionimagazine.it/
In “Percezioni dell’invisibile” (L’Arca Felice, AA.VV ) appena uscita, compaiono suoi inediti dalla raccolta “L’altalena del satiro”
Ha un blog http://amicidiletture.blogspot.it/

Categorie:Poesia

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Sergej Georgievic Stratanovskij

Disse che a paura e malattia
si è ridotta la vita,
che ogni giorno
era una lunga esecuzione,
e la notte – timore
di ospiti inattesi. Disse
che questo mondo non è casa ma stazione,
sala di sopravvivenza,
dove tutti attendono qualcosa.

da Buio Diurno (Einaudi, 2009)

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Sergej Stratanovskij è nato nel 1944 a Leningrado (oggi San Pietroburgo). Da venticinque anni lavora presso la Biblioteca Nazionale della sua città. Figura di spicco del samizdat leningradese degli anni Settanta e Ottanta, per ragioni di censura ha potuto pubblicare il suo primo libro di poesia solo nel 1993. A seguire, negli anni Duemila, sono uscite in Russia altre tre raccolte. Per Einaudi ha pubblicato la raccolta Buio diurno (2009).StratanovskijFoto
Nei versi di Stratanovskij si coglie il senso di una solitudine cosmica di fronte a un Dio-Natura del tutto indifferente alle vicende umane, un pessimismo esistenziale venato di nichilismo, ma illuminato da improvvise epifanie mitologiche che irrompono nella vita quotidiana. Peraltro l’impasse teologico non sottrae l’uomo a un impegno etico forte e costante. E dunque la poesia di Stratanovskij è anche satira o disperata denuncia: contro la Russia post-comunista in mano ai nuovi ricchi e ai criminali, contro la perdita di identità di un grande paese, contro l’ideologia della guerra che permea la vita della maggior parte dei russi, unica e più deprecabile forma di tradizione che si è trasmessa attraverso tutte le trasformazioni sociali.
Un libro antologico che ripercorre tutte le tappe di questo autore, senz’altro da considerare tra i maggiori poeti russi contemporanei.