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La chiave profetica della poesia civile per il rinnovamento della convivenza sociale – di Ottavio Rossani

Ritengo che coltivare la poesia civile in Italia,oggi più di ieri, è importante, necessario, utile. Un dovere, un impegno. Le condizioni sociopolitiche del nostro Paese richiamano i poeti ad esercitare il rigore logico ed il coraggio passionale per denunciare la vergogna delle incompiutezze, delle stragi, della corruzione, delle cadute etiche, della perdita dei valori, delle lacune professionali in tutti gli ambiti produttivi, e di una burocrazia ancora cieca e sorda davanti ai
cittadini. Perciò trovo stimolante e degna di sostegno lʼiniziativa di Albeggi Edizioni di pubblicare questa antologia di poesie civili inedite di autori noti e meno noti. Si tratta di poesie con una notevole forza evocatrice: di scandali e disagi contemporanei che devono restare nella memoria di tutti.
LʼItalia è in crisi; il mondo è in crisi. I politici, i cosiddetti “grandi della Terra”, non hanno il talento né la volontà né lʼonestà – almeno non tutti – per tenere sotto controllo le divergenze politiche, economiche e giuridiche, i razzismi, gli egoismi, le ingiustizie, le ambizioni sbagliate, e lasciano che la violenza prevalga nel percorso di risoluzione dei conflitti intercomunitari. Con il risultato che i problemi e le guerre si moltiplicano.
Citiamo le cosiddette “primavere” arabe: avevano alimentato speranze di libertà e di democrazia, hanno invece ricacciato alcuni
paesi dellʼAfrica e del Medio Oriente verso nuove schiavitù e/o dittature, in pratica verso un Medioevo contemporaneo, tecnologico, instabile. Quanti esempi di usurpazioni, oppressioni, dignità umiliate, si potrebbero ancora fare!
Il mondo è una perenne polveriera; è un circo di storture, sadismi, malvagità. In questa situazione, con il fallimento di politici e governanti,
forse solo i poeti hanno uno speciale sguardo verso il futuro del mondo e delle nuove convivenze, solo loro hanno il soffio vitale per nonfare dimenticare violenze e ingiustizie, solo loro forse sanno suggerire come uscire dallʼingorgo di precarietà, sfruttamenti, sopraffazioni. Sono gli unici profeti di civiltà, che varrebbe la pena ascoltare.

Quando si parla di poesia civile bisogna sgombrare il campo da un equivoco: che essa sia tale se è politica, cioè quando si nutre di ideologia. Può anche esserlo, ma allora è quasi sempre cattiva poesia, cioè non-poesia. Certo, in passato, ci sono stati casi in cui lʼideologia ha corroborato la vena creativa con risultati di grande forza espressiva. Pensiamo allʼitaliano Giuseppe Giusti con il suo ironico “Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco” o Alessandro Manzoni del“5 maggio”, in cui Napoleone viene visto nella perdita della sua potenza con una pietas che supera il contingente. Restando nellʼOttocento, la
grande poesia civile possiamo trovarla in Ugo Foscolo, che nellʼopera Dei Sepolcri ha lasciato il testamento universale del dolore civile per un Paese che non sa ma dovrebbe avere sacro il culto dei morti, soprattutto per coloro che si sono immolati per unʼidea o hanno illustrato la patria con il loro ingegno spesso anche misconosciuto.
Le idee, si sa, non sono classificabili ai fini dellʼarte, della letteratura e della storia. Le idee sono sacre e basta. Anche quelle ritenute sbagliate o ingiuste. Chi è morto per la libertà, è morto per difendere la libertà di tutti, anchedi coloro che la pensano diversamente e perfino odiano in conseguenza di quella diversità. Voltaire riconosceva che bisogna essere tolleranti
(quindi rispettosi) anche con chi esprime unʼopinione differente. Questo è il fondamento della convivenza civile. Per tornare al contemporaneo, poesia civile autentica, militante anche se non partigiana, che sa trasformare unʼopinione personale in un sentimento universale, è quella di Garcia Lorca, che è stato capace di coniugare lʼeuforia lirica con la gravità della militanza. E quella di Pablo Neruda, che con il suo sentire solidarista ed egualitarista ha dato linfa a una poesia fortemente lirica (le famose “Venti poesie dʼamore e una canzone disperata”) e a canzoni e odi patriottiche, di denuncia, di invettiva, di speranza.
Su un piano diverso Edgar Lee Masters ha tratto luce dallʼopacità delle lapidi. Nella sua “Antologia di Spoon River” ha celebrato senza alcuna retorica, anzi con una sobrietà maniacale, le commemorazioni delle persone comuni, costruendo finalmente un mondo di uguali attraverso il minimalismo etico (epico) delle epigrafi tombali. Per restare in Italia, il nostro più grande
poeta civile rimane Giacomo Leopardi, con le canzoni in cui stigmatizza mediocrità, viltà e corruzione che condizionano da secoli lʼidentità nazionale.
Nel Novecento, lʼintensa poesia di Bertold Brecht ha portato alla ribalta la questione operaia, raccontata con unʼefficace leggera ironia; Franco Fortini in Italia, con la sua poetica della “verifica dei valori”, ha palesato che a un certo punto è necessario fermarsi e fare le dovute verifiche sugli elementi che inducono al cambiamento e al contemporaneo rispetto dei
valori fondamentali su cui si costruiscono le comunità.
Ho portato piccoli e semplici esempi – che non esauriscono certo la discussione – per evidenziare che nel Novecento italiano, e fino ad oggi, la poesia civile è stata snobbata a favore di un intimismo lirico che nel tempo è diventato manierismo
povero. I poeti contemporanei hanno avuto, e hanno, paura di cadere nella retorica o
nella prosopopea, ma la paura è una specie di esorcismo. Si tengono lontani dai temi scottanti della problematicità civile, per viltà o ancora più spesso per mancanza di talento o di sensibilità.
Guerre, ingiustizie, corruttele, mafiosità, disonestà, violenze, crudeltà, turpitudini, droghe, schiavitù, sono temi dai quali i poeti degli ultimi 130 anni, in massima parte, sono rifuggiti. Con qualche eccezione dai risultati non sempre convincenti. Lo stesso Pier Paolo Pasolini, mentre nei romanzi ha raggiunto unʼalta capacità di rappresentare il mondo dei vinti e degli emarginati romani (così anche in alcuni suoi film), in poesia non ha trovato lo stesso afflato. Ne Le ceneri di Gramsci, benché coinvolgenti, non è riuscito a librarsi per il “volo dellʼaquila”, almeno non in tutti i testi. È stato necessario attendere lʼultimo Giovanni Raboni postumo (Ultimi versi, Garzanti, 2006) per leggere un libro forte di passione civile. Lʼautore è riuscito a tenere un raro equilibrio tra denuncia e pietà. Il suo “Cavalier Menzogna” è lʼerede letterario (che riflette la
realtà) dellʼoppressore di Giusti: mette a nudo come il potente con la bugia può mettere sotto scacco un popolo immaturo e credulone.

Elsa Morante ha scritto uno straordinario libro di poesie (Einaudi, 1968): “Il mondo salvato dai ragazzini”. In questo piccolo capolavoro (un poʼ negletto) la scrittrice ipotizza che il mondo può salvarsi solo se i governanti e la gente perderanno
i connotati di malvagità che li ha sempre accompagnati e sapranno recuperare ingenuità eonestà. Non è utopia pensarlo ancora. È il cambiamento obbligato perché gli umani abbiano un futuro. Solo i poeti hanno la voce che può essere ascoltata da tutti, potenti e umili. Per questo i poeti devono scrivere delle cose, del mondo, dentro la visione di un particolare rapporto tra
gli umani.
Arriverà il giorno in cui tutti vivranno in pace e prosperità, uguali e solidali? Tutti sono(siamo) chiamati a rispondere. Signori tutti: rispondete!

Prefazione di Ottavio Rossani a
100 THOUSAND POETS FOR CHANGE
Italia, 28 settembre 2013, Albeggi edizionisalice_def_300

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Categorie:Poesia

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