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Archive for ottobre 2013

Forse il tempo del sangue – Franco Fortini

ottobre 31, 2013 1 commento

Forse il tempo del sangue ritornerà.
Uomini ci sono che debbono essere uccisi.
Padri che debbono essere derisi.
Luoghi da profanare bestemmie da proferire
incendi da fissare delitti da benedire.
Ma più c’è da tornare ad un’altra pazienza
alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.
Al partito che bisogna prendere e fare.
Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidarli essere guidati
con loro volere il bene fare con loro il male
e il bene la realtà servire negare mutare.

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Nato a Firenze nel 1917, Fortini ha vissuto in quella città gli anni giovanili, entrando in contatto sia con i protagonisti della stagione dell’Ermetismo, sia con gli intellettuali che prima della guerra hanno fatto la storia della cultura italiana, da Montale a Noventa e Vittorini.
Dopo aver partecipato alla Resistenza in Valdossola diventa redattore del “Politecnico”, dal 1948 al 1953 lavora alla Olivetti, per la quale continua a collaborare come copywriter fino agli anni ’60; scrive per riviste e quotidiani, tra cui “Officina”, “Quaderni rossi”, il “Manifesto” e il “Corriere della sera”. Nel 1985 gli è stato conferito il Premio Montale – Guggenheim per la poesia. È morto a Milano nel novembre ’94. La produzione di Fortini comprende la saggistica, la poesia, la narrativa, sceneggiature, traduzioni in versi ed in prosa dal francese e dal tedesco.
Tra i suoi titoli principali, per la poesia: Foglio di via, Poesia e errore, Composita solvantur. Per la narrativa e la diaristica: Asia Maggiore, I cani del Sinai; per la saggistica, Dieci inverni, Verifica dei poteri, L’ospite ingrato, Extrema ratio. Ha tradotto Flaubert, Eluard, Doblin, Gide, Brecht, Proust, Goethe, Einstein, Queneau, Kafka.Franco_Fortini

Categorie:Poesia Tag:

Wole Soyinka – Migrazioni

Ci sarà il sole? O la piog­gia ? O nevischio?

madido come il sor­riso postic­cio del doganiere?

Dove mi vomi­terà l’ultimo tunnel

Anfi­bio ? Nes­suno sa il mio nome.

Tante mani atten­dono la prima

rimessa, a casa. Ci sarà?

Il domani viene e va, giorni da relitti di spiaggia.

Forse mi indos­se­rai alghe cucite

su falsi di sti­li­sti , con mar­che invisibili:

fab­bri­che in nero. O sou­ve­nir sgar­gianti, distanti

ma che ci legano, manu­fatti migranti, rolex

con­traf­fatti, l’uno con l’altro, su marciapiedi

senza volto. I tap­peti invo­gliano ma

nes­suna scritta dice: BENVENUTI.

Con­chi­glie di ciprea, coralli, sco­gliere di gesso.

Tutti una cosa sola al mar­gine degli elementi.

Ban­chi di sab­bia seguono i miei passi. Ban­chi di sabbia

di deserto, di sin­doni incise dal fondo marino,

poi­ché alcuni se ne sono andati così, prima di ricevere

una rispo­sta – Ci sarà il sole?

O la piog­gia ? Siamo appro­dati alla baia dei sogni.

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Wole Soyinka, pseudonimo di Akinwande Oluwole Soyinka (Abeokuta, 13 luglio 1934), è un drammaturgo, poeta, scrittore e saggista nigeriano, considerato uno dei più importanti esponenti della letteratura dell’Africa sub-sahariana, nonché il maggiore drammaturgo africano. Nel 1986 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.
Ha compiuto gli studi universitari a Ibadan e a Leeds, in Inghilterra, dove ha conseguito il Ph.D. nel 1973. Dopo due anni al Royal Court Theatre di Londra come drammaturgo, nel 1960 è rientrato in Nigeria, dove ha iniziato ad insegnare letteratura e teatro in diverse università e ha fondato il gruppo teatrale “Le maschere 1960”. Nel 1964 ha creato la compagnia “Teatro Orisun” con la quale ha messo in scena anche le proprie opere. Nel 1965 ha pubblicato il primo romanzo, scritto in inglese, Gli interpreti.
Nel corso della guerra civile nigeriana, viene incarcerato dal 1967 al 1969 per un articolo in cui chiedeva un cessate il fuoco. La sua esperienza in cella di isolamento è narrata in L’uomo è morto.
Ancor più che per la narrativa e la saggistica, Wole Soyinka si è affermato in Africa e in Occidente attraverso il teatro e la poesia. In particolare, è noto per aver rivalutato il teatro della tradizione nigeriana e la “folk opera Yoruba”. Ha scritto oltre venti drammi e commedie e ha adattato in un contesto africano Le Baccanti di Euripide, L’opera da tre soldi di Brecht, I negri di Genet. Fra i suoi lavori teatrali figurano: Il leone e la perla, Pazzi e specialisti, La morte e il cavaliere del Re, Danza della foresta, La strada, Il raccolto di Kongi. Fra le sue raccolte poetiche: Idanre and Other Poems; A Shuttle in the Crypt; Ogun Abibiman (it. 1992); Mandela’s Earth and Other Poems.
Ha insegnato in numerose università, fra cui Yale, Cornell, Harvard, Sheffield e Cambridge, ed è membro delle più prestigiose associazioni letterarie internazionali. Ha ricevuto diversi riconoscimenti in tutto il mondo e il premio Nobel per la letteratura nel 1986.
Perseguitato e condannato a morte dal dittatore nigeriano Sani Abacha, Soyinka vive ora negli Stati Uniti.
Questa sua poe­sia ine­dita è tratta da “Il Sole 24 Ore”/Festival di Lagos

Soyinka,_Wole_(1934)

Wystan Hugh Auden – Blues dei rifugiati

ottobre 12, 2013 2 commenti

Poniamo che in questa città vi siano dieci milioni di anime,
c’è chi abita in palazzi, c’è chi abita in tuguri:
Ma per noi non c’è posto, mia cara, ma per noi non c’è posto.‎

Avevamo una volta un paese e lo trovavamo bello,
Tu guarda nell’atlante e lì lo troverai: ‎
Non ci possiamo più andare, mia cara, non ci possiamo più andare.

Nel cimitero del villaggio si leva un vecchio tasso,
A ogni primavera s’ingemma di nuovo: ‎
I vecchi passaporti non possono farlo, mia cara, i vecchi passaporti non possono farlo.

Il console batté il pugno sul tavolo e disse:
“Se non avete un passaporto voi siete ufficialmente morti”:
Ma noi siamo ancora vivi, mia cara, ma noi siamo ancora vivi.

Mi presentai a un comitato: mi offrirono una sedia;
Cortesemente m’invitarono a ritornare l’anno venturo:
Ma oggi dove andremo, mia cara, ma oggi dove andremo?

Capitati a un pubblico comizio, il presidente s’alzò in piedi e disse:
“Se li lasciamo entrare, ci ruberanno il pane quotidiano”:
Parlava di te e di me, mia cara, parlava di te e di me.

Mi parve di udire il tuono rombare nel cielo;
Era Hitler su tutta l’Europa, e diceva: “Devono morire”; ‎
Ahimè, pensava a noi, mia cara, ahimè, pensava a noi.

Vidi un barbone, e aveva il giubbino assicurato con un fermaglio,
Vidi aprire una porta e un gatto entrarvi dentro: ‎
Ma non erano ebrei tedeschi, mia cara, ma non erano ebrei tedeschi. ‎

Scesi al porto e mi fermai sulla banchina,
Vidi i pesci nuotare in libertà: ‎
A soli tre metri di distanza, mia cara, a soli tre metri di distanza. ‎

Attraversai un bosco, vidi gli uccelli tra gli alberi,
Non sapevano di politica e cantavano a gola spiegata:
Non erano la razza umana, mia cara, non erano la razza umana.

Vidi in sogno un palazzo di mille piani, ‎
Mille finestre e mille porte;
Non una di esse era nostra, mia cara, non una di esse era nostra.

Mi trovai in una vasta pianura sotto il cader della neve;
Diecimila soldati marciavano su e giù:
Cercavano te e me, mia cara, cercavano te e me.‎

Auden 1

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Nato a York, in Inghilterra, il 21 febbraio 1907, vissuto per tre decenni in America, morto in Austria, a Kirchstetten, il 29 settembre 1973, Wystan Hugh Auden è stato uno dei pochi grandi poeti di metà Novecento.
L’aver vissuto dal 1936 al 1945 fra guerra civile spagnola e seconda guerra mondiale un cruciale passaggio d’epoca, con tutti i mutamenti di situazione storica e letteraria, fa di lui un maestro in bilico fra le due metà del secolo e proprio per questo ancora in gran parte da riscoprire e da interpretare.
Auden esordì negli anni Trenta come scrittore impegnato e di sinistra, come ironico e sarcastico demistificatore della cultura borghese e leader letterario di un gruppo di giovani autori studenti a Oxford, tra cui Christopher Isherwood, Cecil Day Lewis, Louis MacNeice, Stephen Spender. Nel 1937 partecipò brevemente come autista del soccorso medico alla guerra civile spagnola. L’anno prima aveva sposato la figlia di Thomas Mann, Erika, allo scopo di farle ottenere il passaporto inglese e permetterle di uscire dalla Germania nazista. Nel 1939 Auden si trasferisce con Isherwood negli Stati Uniti suscitando parecchie reazioni polemiche, dato che il loro gesto venne interpretato come una diserzione morale dall’Inghilterra e dall’Europa minacciate da Hitler.
Prenderà la cittadinanza americana nel 1946 e diventerà sempre di più uno scrittore ammirato nell’ambiente newyorkese, esercitando una notevole influenza su poeti più giovani come John Ashbery.
Negli anni inglesi aveva conosciuto T.S. Eliot (che lo pubblicò per la prima volta sulla sua rivista «Criterion») e fu amico di E.M. Forster. Negli anni americani fu in contatto fra l’altro con intellettuali e scrittori tedeschi come Klaus Mann, Erich Heller e Hannah Arendt. Per la sua cultura ebbero una fondamentale importanza sia la filosofia e la critica sociale (Marx e Freud all’inizio, poi Kierkegaard e Simone Weil), sia il teatro (Shakespeare, Ibsen) e il teatro musicale (Mozart, Verdi).
Oltre che da Yeats e da Eliot, in gioventù fu influenzato da Rilke (per poco e negativamente, disse) poi soprattutto da Brecht e più tardi da Karl Kraus (con Isherwood era stato a Berlino per ragioni di studio nel 1928-29).
Negli anni Cinquanta Auden trascorreva metà dell’anno a New York e metà a Ischia. In seguito sostituì l’isola napoletana sempre più rumorosa con il piccolo villaggio austriaco di Kirchstetten, vicino Vienna. Con il suo compagno Chester Kallman scrisse alcuni libretti d’opera, tra cui quello per La carriera di un libertino di Igor Stravinskij, che andò in scena nel 1951 alla Fenice di Venezia.
Tra i suoi libri di poesia più importanti e noti, Un altro tempo (1940), L’età dell’ansia (1947), e la breve raccolta postuma Grazie, nebbia (1974). Assai rilevante è la sua attività di saggista, documentata soprattutto nel volume La mano del tintore (1962).

Juan Gelman: «scendi da quei cieli» – un profilo poetico a cura di Milton Fernàndez

verso un'ecologia del verso

Non ho mai preso un caffè assieme a Juan Gelman, non ho mai stretto la sua mano, non so per quale squadra batta il suo cuore di ragazzo in quelle domeniche di Buenos Aires in cui la Bombonera diventa un surrogato di repubblica a statuto speciale.  Per il resto mi sembra di sapere ogni cosa di lui, di avere condiviso ogni suo istante.

Nel 2007 gli è stato concesso, a Madrid, il premio Cervantes. E alcuni tra i più grandi scrittori latinoamericani l’hanno definito  il più grande poeta vivente di lingua ispana.

Mi piacerebbe parlare con lui di questo (forse uno di questi giorni lo farò). Mi piacerebbe stringere la sua mano, condividere un caffè, parlare della sua poesia. Mi piacerebbe, per una volta, parlare soltanto di questo. Ma non si può slegare in lui (come del resto in quasi tutti i grandi) il percorso umano da quello creativo…

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Categorie:Poesia

Valeria Raimondi – Genova (per Voi)

Cantava la città sotto il cielo di luglio
nel primo anno del nuovo millennio,
danzava, rideva nel sole, e ancora
là in fondo brillava ignaro il suo mare.
Al telegiornale dell’una
un bambino eccitato tra la folla cercava
il berretto operaio del padre,
operaio in mezzo a studenti
ragazzi, precari, credenti
e ogni fede e speranza
si intrecciava a intrecciate bandiere.
Un mondo che nuovo si affacciava sul mondo.

Ma poi accadde qualcosa,
la città esplose coi fiori
e quel sole di luglio, il primo anno
del nuovo millennio
fu solo l’alba di un’età ancor più buia,
una storia già scritta,
di quando i canti si gelano in gola,
di quando il mare se ne fugge lontano.
-Bisognava però difendere la piazza,
quei fiori, proteggerli,
far loro da scudo! – si disse.
Ma chi poteva allora saperlo
che globalizzare pace, giustizia, lavoro
sarebbe stato allestire per bene la scena,
la vergognosa prova generale
di legale macelleria sociale.
REPRIMERE, CARICARE, CONFONDERE!
ORDINE, POLIZIA, SICUREZZA!

Perché ai suoi funerali la democrazia non viene invitata!
Perché i buoni e i cattivi furono divisi, schedati,
se non che i cattivi erano i buoni di prima
se non che qualcuno masticava preghiere,
qualcuno fuggiva laggiù verso il mare.
Qualche altro pisciava su quei marciapiedi,
non credeva ai suoi occhi, a quel fumo
ai calzoni e magliette bruciate, ai bastoni,
non credeva al sangue di lì a poco versato.
Scendevano lacrime inaspettate dagli occhi
quando si vide rinascer la Bestia
con il nome di sempre: POTERE.
Il potere che mangia la vita,
fioritura di sangue, carnivora bestia.

Così anche un ragazzo sbocciò
come un fiore, un acerbo diamante,
sbocciò come fosse stagione.

Il telegiornale alle 3 registrava ora solo
un’impronta, l’ ombra scura del sole.
Della folla il riso si spense in moviola
e scesero oscure sporche parole

Una madre distraeva il bambino eccitato
che osservava quella festa un po’ strana:
– Cos’è tutto quel fumo e perché quelle urla
non mi sembrano, mamma, canzoni –

Ci si prese tra le mani la testa.
– Non è vero, non può essere vero! –
Fu spezzato un bel sogno
e sprecata una grande occasione.
Il silenzio di colpo calò,
come sempre restarono colpe
e nessuno che avrebbe pagato.
Si passò nuovamente dalla parte del torto,
si tornò a coltivare il proprio giardino
seppellendoci dentro sogni, ossa e badili.

E davvero quella volta fu chiaro
che niente, più niente
sarebbe stato mai più come prima.

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Poesia dalla raccolta “100 thousand poets for change”, Albeggi edizioni. Ci scusiamo con Valeria Raimondi per aver postato precedentemente la poesia in maniera incompleta.

Valeria Raimondi (Brescia) contribuisce alla costituzione nel 2010 del Movimento Dal Sottosuolo di Montichiari. Promuove letture poetiche, microfoni aperti, poesia a strappo. Collabora con blog e siti letterari, realizza progetti artistici che hanno come soggetto lʼassociazionismo femminile, lʼintercultura, i diritti e lʼambiente. Nel 2011 la prima silloge poetica IO NO (ex-io) (Thauma Edizioni). Nel maggio 2013 presenta SCONFINA(te)MENTI FESTIVAL ARTISTICO INTERNAZIONALISTA (iniziativa 100 thousand poets for change).

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