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Archive for gennaio 2014

Francesca De Marco – La tata

Da quando lo ha saputo lei mangia
lentamente, un pò sovrappensiero
mastica con cura, quasi trasalendo
allo scricchiolìo del pane secco
con soprassalto sorpresa e ferita
dal tintinnìo della forchetta.

Da quando sa di avere un cancro
lei cammina più curva, un’ombra
le sta accanto nera come
la custodia di uno strumento.
Si avvolge nei suoi brividi e
ci si assopisce dentro.

Le balie sono eterne,
nei racconti lunghi dell’inverno.
La tata delle mie figlie, invece,
ha la morte accanto al nome.
Se l’è portata da Braila, Romania
clandestina dentro al corpo
attraverso le frontiere.

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Francesca De Marco Caridi è nata a Roma dove vive con il marito e due figlie adolescenti, e si occupa di web marketing in una multinazionale. Ha pubblicato due opere critiche di letteratura ebraico-americana con Bulzoni, scrive poesie e racconti.Chicca

Categorie:Poesia

Benny Nonasky – Shoah

Oltre le mie cose: l’arrendevolezza,
la scelta impossibile, la neve,
la neve, un campo di verza congelato.
Un sole d’urina dilaga nella carrozza.

Ho edificato il tetto e le mura con la
mia pelle. Le ossa erano le fondamenta.
Ne ho gettato le basi mentre
qualcuno dice – sempre:
“Cosa è stato?”
Non è stato un terremoto,
non è stato un temporale:
quando è arrivato il lupo
è bastato solo il secco passo
a seminare macerie, macerie,
macerie.
Sta radendo al suolo un’intera città
di pelle ed ossa. Poi
il mondo. Già
l’universo.

Come spiegarti la realtà senza annoiarti?
Mi riconosci dentro a questo cielo aperto
tra moda e cheese e senza capelli, vuoti
gli occhi, freddo il grembo?*

Ti cuntu nu cuntu:
la domenica mattina:
patate al forno,
lasagne,
un croissant, s’il vous plait.
Ma non posso, non posso:
mi ricorda altro:
la domenica pomeriggio:
la neve, neve,
un campo,
Arbeit Macht Frei,
la neve, la neve.
Un ricordo sbagliato –
un croissant, s’il vous plait;
un croissant, s’il vous plait.

* “Se questo è un uomo” di Primo Levi
** “Tra tutti i popoli” di Natan Alterman
Benny

http://www.bennynonasky.org/1/post/2014/01/sessantanovesimo.html

Categorie:Poesia

La Vittoria – Juan Gelman

Categorie:Poesia

La Vittoria – Juan Gelman

gennaio 15, 2014 1 commento

In un libro di versi schizzato
dall’amore, dalla tristezza, dal mondo,
i miei figli hanno disegnato signore gialle,
elefanti che avanzano sopra ombrelli rossi,
uccelli trattenuti sul bordo di una pagina,
hanno invaso la morte,
il grande cammello azzurro riposa sulla parola cenere,
una guancia scivola sopra la solitudine delle mie ossa,
il candore vince sul disordine della notte.

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E’ di poche ore fa la notizia della morte di Juan Gelman, poeta argentino. Vissuto a lungo in esilio durante gli anni della dittatura militare, e’ stato insignito nel 2007 del Premio Cervantes, il riconoscimento di maggior prestigio per autori di lingua spagnola.
Oltre al Premio Cervantes gli sono stati conferiti il Premio Nacional de Poesia in Argentina nel 1997, il Premio Juan Rulfo nel 2000, nel 2004 il Premio Iberoamericano de Poesìa Ramon Lòpez Velarde, nel 2005 i premi Pablo Neruda e il Reina Sofìa de Poesìa.
Nato a Buenos Aires, figlio di emigranti ebrei ucraiani, Gelman abbandonò presto gli studi universitari per dedicarsi completamente alla scrittura. Figura di spicco tra gli intellettuali della sinistra argentina, ex militante “montonero”, nel 1975 fu costretto ad abbandonare il paese rifugiandosi inizialmente a Roma. Un anno dopo, i militari della giunta argentina sequestrano suo figlio Marcelo Ariel, di venti anni, e la giovane moglie incinta, Maria Claudia Irureta Goyena, diciannovenne, che saranno assassinati in prigionia, mentre loro figlia nascerà in un campo di detenzione per poi svanire nel nulla. La bambina, che si scoprirà essere stata data in adozione a una famiglia di Montevideo, sarà ritrovata solo nel gennaio del 1990 dopo una lunga e disperata ricerca da parte di Gelman. Nei suoi oltre 10 anni di esilio, Gelman vivrà un’esistenza errabonda, spostandosi tra Roma, Madrid, Managua, Parigi, New York e il Messico e lavorando come traduttore per l’Unesco.
Gabriel Garcia Màrquez, Augusto Roa Bastos, Juan Carlos Onetti, Alberto Moravia, Mario Vargas Llosa, Eduardo Galeano, Octavio Paz e molti altri scrittori si attiveranno affinché la sua condizione di perseguitato politico abbia termine, riuscendo a risolvere la situazione soltanto nel 1988 quando Gelman avrà finalmente il permesso di rientrare in Argentina. Il poeta sceglierà comunque di non tornare e si trasferirà definitivamente a vivere in Messico, paese della moglie, dove risiede attualmente.
Lo salutiamo con questa splendida poesia, sulla vittoria della vita che “sporca” i suoi versi, dando loro un’animo fanciullo.Gelman

Amiri Baraka – La morte della ragione

1

La mia rabbia, talvolta,
è talmente brutta, è come se stesse seduta
fuori dalla natura, chiamando anche me
fuori, in qualche freddo vento merdoso
dell’inferno dell’uomo di colore. Le morte preghiere
che mi inaridiscono. Che rifiutano a me
e ai miei simili che camminano
la luce della calma razionale.
I denti del tempo
in una zona temperata. Vento tagliente
che mi strappa il respiro e gli abiti.
Tutta la mia perspicacia se n’è andata, io dissi,
disseccata per fare logica in polvere morbida
di cui ci imbrattiamo il volto per farci trovare
nelle notti quando la luna batte sulle
case, e fantasmi siedono a respirane
il sangue. Queste sono frasi, ordinati
termini logici, capricci del ritmo, perduti
in un bagliore di grazia missionaria.

2

Mio nonno era un omone grosso
che lasciò un cadavere ancor più grosso
quando lo uccisero. Matto
com’era, si aggirava per la città di gesso
di notte, declamando le mie poesie.
Oh, per l’amore di chiunque
da ascoltare per il Dio di chiunque. Io sostengo
che questa non è la condizione generale
dell’uomo. Questa non è
l’agonia e la morte di chiunque.
Mi condussero là nella sua giacchetta accorciata.
Guardavo mentre lo calavano giù. Oh,
dio di Chiunque, faceva un freddo tale, e la pioggia
mi veniva addosso così forte. Ma tirai su la giacca
contro la faccia. E diedi un calcio alla cassa:
e i becchini la lasciarono cadere imprecando.

Traduzione: Fernanda Pivano

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Lo scrittore e artista statunitense Amiri Baraka, icona della cultura afroamericana del Novecento, storica guida del Black Arts Movement, e’ morto al Beth Israel Medical Center di Newark, nel New Jersey, all’eta’ di 79 anni. L’annuncio della scomparsa e’ stato dato oggi dal figlio Ras Baraka al ”New York Times”. Autore di piu’ di 40 libri tra saggi, poesia, teatro e storia della musica, Baraka, il cui vero nome era Everett Leroy Jones, e stato anche un poeta, un drammaturgo e soprattutto un ‘attivista politico rivoluzionario’, come amava definirsi, che ha recitato poesia e fatto lezioni su temi politici e culturali negli Stati Uniti, Caraibi, Africa ed Europa.

Per saperne di più’ rimandiamo al seguente articolo di Repubblica
amiri-baraka:
http://xl.repubblica.it/articoli/amiri-baraka-jazz-rap-ribellione-e-slam-poetry/8390/

Categorie:Poesia

Antonella Anedda – L’aria e’ piena di grida

Pensi davvero che basti non avere colpe per non essere puniti,
ma tu hai colpe.
L’aria è piena di grida. Sono attaccate ai muri,
basta sfregare leggermente.
Dai mattoni salgono respiri, brandelli di parole.
Ferri di cavalli morti circondano immagini di battaglie
Le trattengono prima che vadano in un futuro senza cornici.

Cosa ci rende tanto crudeli gli uni con gli altri?
Cosa rende alcuni più crudeli di altri?
Le crudeltà subite e poi inghiottite fino a formare una guaina
con aculei sul corpo ferito?
O semplicemente siamo predestinati al male,
e la vita è solo fatta di tregue dove sostiamo
per non odiare e non colpire?

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Anedda
Antonella Anedda (Anedda-Angioy), è nata a Roma da una famiglia sardo-corsa. Si è laureata in storia dell’arte. Attualmente vive tra la Sardegna e Roma dove lavora part-time a scuola.
Sillogi poetiche c: «Residenze invernali» (Crocetti Editore, Milano, 1992), «Notti di pace occidentale» (Donzelli editore, Roma, 1999) – che si è aggiudicata nel 2000 il “Premio Montale” – e «Il catalogo della gioia» (Donzelli editore, Roma, 2003), “La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi” (Donzelli Editore, Roma 2009) e “Salva con nome” (Mondadori Editore, Milano 2012).
Il resto della sua produzione è costituito non solo dal volume di traduzioni e variazioni «Nomi distanti» (Edizioni Empirìa, Roma, 1998), ma anche da tre raccolte di saggi o prose liriche: «Cosa sono gli anni» (Fazi Editore, Roma, 1997), «La luce delle cose. Immagini e parole nella notte» (Feltrinelli, Milano, 2000). «Tre stazioni» (LietoColle, Faloppio, 2003). “Dal balcone del corpo” (Mondadori, 2007), “La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi”(Donzelli Editore, Roma 2009), “Salva con nome” (Mondadori Editore, Milano 2012)
Ha collaborato alle riviste «Poesia» (Crocetti Editore) e «Nuovi Argomenti» (Mondadori).
La sua prima raccolta di poesie, Residenze invernali (Crocetti, 1992) l’ha subito imposta come una delle presenze più importanti della nuova poesia italiana. “Il richiamo alla posizione di Celan, alla sua idea di respiro, e alla sua scrittura intesa come colloquio con i sommersi” è stato individuato come un elemento centrale di questa poesia che si impone per la sua essenzialità e la sua precisione.

VORREI NASCERE IN TUTTI I PAESI – (EVGENIJ A. EVTUSENKO)

Vorrei nascere in tutti i paesi
perchè la terra stessa, come anguria,
compartisse per me
il suo segreto
e essere tutti i pesci
in tutti gli oceani
e tutti i cani nelle strade del mondo.
Non voglio inchinarmi
davanti a nessun dio, la parte non voglio recitare
di un hippy ortodosso
ma vorrei tuffarmi
in profondità nel Bajkal
e sbuffando
riemergere
nel Missisipi
Vorrei
nel mio mondo adorato e maledetto,
essere un misero cardo
non un curato giacinto,
essere una qualsiasi creatura di dio
sia pure l’ultima jena rognosa
ma in nessun caso un tiranno
e di un tiranno, nemmeno il gatto;
in nessun caso.
Vorrei essere uomo
in qualsiasi personificazione:
anche torturato in un carcere del Guatemala,
o randagio nei tuguri di Hong-Kong,
o scheletro vivente nel Bangladesh
o misero jurodivyj a Lhasa,
o negro a Capetown,
ma non personificazione della feccia.
Vorrei giacere
sotto il bisturi di tutti i chirurghi del mondo,
essere gobbo, cieco,
provare ogni malattia, ferita, deformità
essere mutilato dalla guerra
raccogliere luride cicche
purché in me non si insinui
il microbo ignobile della superiorità
non vorrei fare parte dell’élite
ma di certo neppure del gregge dei vigliacchi
né dei cani del gregge
né dei pastori che al gregge si conformano,
vorrei essere felicità
ma non a spese degli infelici
vorrei essere libertà, ma non a spese di chi è asservito.
Vorrei amare tutte le donne del mondo
e vorrei essere donna anch’io
magari una volta soltanto…
madre-natura, l’uomo é stato da te defraudato.
Perché non dargli
la maternità?
Se in lui, sotto il cuore, un figlio
si facesse sentire così
senza un perché, certo l’uomo
non sarebbe tanto crudele.
Vorrei essere essenziale – magari una tazza di riso
nelle mani di una vietnamita segnata dal pianto,
o una cipolla nella brodaglia di un carcere di Haiti,
o un vino economico
in una trattoria di terz’ordine napoletana
e un tubetto, anche minuscolo, di formaggio
in orbita lunare;
che mi mangino pure
e mi bevano
purché nella mia morte ci sia una utilità.
Vorrei appartenere a tutte le epoche, far trasecolare la storia tanto da stordirla con la mia impudenza:
della gabbia di Pugacev segherei le sbarre
quale Gavroche introdottosi in Russia
condurrei Nefertiti
a Michajlovskol, sulla trojka di Psi^n
Vorrei cento volte prolungare la durata di un attimo
per potere nello stesso istante
bere alcool con i pescatori nella Lena
baciare a Beirut,
danzare in Guinea, al suono del tam-tam,
scioperare alla “Renault”,
correre dietro a un pallone con i ragazzi di Copacabana, vorrei essere onnilingue, come le acque segrete del sottosuolo
Fare di colpo tutte le professioni
e ottenere così che
un Evtusenko sia semplicemente poeta, un altro, militante clandestino spagnolo, un terzo, uno studente di Berkeley
e un quarto, un cesellatore di Tbilisi.
Un quinto – un maestro elementare in Alaska,
un sesto – un giovane presidente in qualche dove,
anche in Sierra Leone, diciamo,
un settimo –
scuoterebbe soltanto il sonaglio di una carrozza
e il decimo…
il centesimo…
il milionesimo…
Poco per me essere me stesso
tutti, fatemi essere!
E ciascun essere,
in coppia, come si usa.
Ma dio, lesinando la carta carbone
mi ha prodotto in un solo esemplare
nel suo bogizdat.
Ma a dio confonderò le carte. Lo raggirerò!
Avrò mille facce
fino all’ultimo giorno
affinchè la terra rimbombi per causa mia
e i computers impazziscano
per il mio universale censimento.
Vorrei
umanità
lottare su tutte le tue barricate
stringermi ai Pirenei,
coprirmi di sabbia attraverso il Sahara
e accettare la fede della grande fratellanza umana, e fare proprio il volto
di tutta l’umanità.
E quando morirò
sensazionale Villon siberiano
non deponetemi
in terra inglese
o italiana –
ma nella nostra terra russa,
su quella verde, serena collina,
dover per la prima volta io
mi sono sentito tutti.

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Evgenij_Evtushenko Evgenij A. Evtusenko nasce a Zimà in Russia, nei pressi di una stazione della Transiberiana, il 18 Luglio 1933. I suoi genitori sono due studenti di geologia dell’Università di Mosca che si erano recati in quel paesino sperduto in Siberia per trovare i parenti esiliati a causa di un antenato contadino che, il secolo precedente, aveva bruciato la casa del suo padrone.
Ma è a Mosca che vive la maggior parte della sua infanzia e nel ’41 resta solo con la madre, visto che il padre li abbandona per andare a lavorare nel Kazachstan. Alla fine della guerra, anche la mamma lo abbandona per trasferirsi al fronte dove canta per i soldati.
Il ragazzo resta senza nessuna guida e trascura gli studi, anche se comincia a scrivere i primi versi. In quell’epoca il suo amore è diviso tra la poesia e il calcio. Ma l’avventura d’atleta non dura molto, anche se grazie ad un giornale sportivo che viene notato come poeta nel 1949.
Per il suo temperamento ardente e l’odio sincero contro chi opprime la libertà dell’uomo, Evtusenko rischia di essere emarginato dai potenti della Russia, ma grazie anche ad alcuni suoi interventi a favore del partito viene riabilitato e, addirittura, eletto segretario di una sezione locale della Gioventù Comunista.
Negli anni ’70 diventa l’ambasciatore culturale della Russia moderna, viaggiando molto in vari paesi d’Europa, America ed Asia.
La sua poesia si basa soprattutto su componimenti di impegno civile e su liriche dedicate all’amore. Le contraddizioni, i contorsionismi e i compromessi non giovano al poeta, anche se va riconosciuto il suo talento e la sua originalità.

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