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Archive for febbraio 2014

Charles Simić – Gli amici di Eraclito

Il tuo amico è morto, quello con cui
giravi per le strade
a tutte le ore, parlando di filosofia.
Perciò, oggi sei andato solo,
fermandoti spesso per scambiarti di posto
con il tuo compagno immaginario,
e ribattere a te stesso
sul tema delle apparenze:
il mondo che vediamo nella testa
e il mondo che vediamo ogni giorno,
così difficili da distinguere
quando dolore e sofferenza ci piegano.

Voi due spesso vi siete fatti trascinare
tanto da trovarvi in quartieri strani
persi tra gente ostile,
costretti a chiedere indicazioni
proprio sul ciglio di una suprema rivelazione,
a ripetere la domanda
a una vecchia o a un bambino
che potrebbero essere entrambi sordi e muti.

Qual era quel frammento di Eraclito
che stavi cercando di ricordare
quando sei inciampato nel gatto del macellaio?
Nel frattempo, tu stesso ti eri perso
fra la scarpa nera nuova di qualcuno
abbandonata sul marciapiedi
e il terrore improvviso e l’ilarità
alla vista di una ragazza
abbigliata per una notte di ballo
che sfreccia sui pattini.

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Charles Simic è un poeta serbo naturalizzato americano. Nato a Belgrado nel 1938, nella sua infanzia sperimentò gli effetti della guerra sulla Jugoslavia. Nel 1954 i suoi genitori si trasferirono negli Stati Uniti, a Chicago. Simic si laureò alla New York University ed è professore emerito di letteratura e scrittura creativa all’Università del New Hampshire, a Durham.

Negli Anni ‘70 i suoi testi minimalisti e la sua scrittura chiara riuscirono a fare breccia in un mondo che virava già verso l’edonismo e il disimpegno degli Anni ‘80. I suoi poemi esplorano la realtà e l’universo partendo dall’osservazione degli oggetti. Sono come dei puzzle che vanno componendosi, tessera dopo tessera, o delle scatole cinesi. Questa caratteristica è immediatamente riconoscibile nelle poesie di Simic, che spesso parlano di jazz, arte e filosofia. Simic e’ stato più volte candidato al Nobel per la Letteratura. Nel 1990 è stato insignito del Premio Pulitzer per la poesia per l’opera The World Doesn’t End.SIMIC

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Categorie:Poesia Tag:

I girasoli – Paola Musa

febbraio 17, 2014 6 commenti

I

Fai strada con lentezza
al senso che ti sfugge.
Irriga poco a poco con la tua roggia
l’opinione che si fa e si disfa.
Setaccia il caffè nero degli eventi,
sorseggia le ore a te promesse,
e’ ancora chiusa la porta a più mandate.
C’e’ tempo, per la battaglia.

Il mondo si ricomponga
al tuo sguardo senza fretta
ma attento a lui, si prepari,
che impietosa scorrerà comunque
la colata del tuo fraintendimento,
il piacere grave e sottile
di un miserabile giudizio.

I fatti s’impigliano umettati.
Non ti sottrai.
Li stacchi dal tuo pelo
in una spezzata controluce:
due estranei nello stesso specchio.

La radio affolla il bagno
di tre metri quadri.

Distendi lento la schiuma
tra intelletto e bile
scremando la tua etica slavata
da ciò che non ti tocca da vicino.

II

Occorre indignarsi, dici,
ma docile ti astieni.
Intanto lavora silenziosa
l’astrazione asettica,
l’argento lucidato del pensiero.
C’e’ ancora ruggine da scartavetrare
dagli elmi del passato, dai cappucci del boia.
Ma adesso è tardi.
Metti gli eroi da creare e quelli da distruggere
nella tasca vuota.

III

Filtra lieve il sospetto
dall’uscio che ti attende –
ed e’ subito tenebra.
Un seducente malanimo
si spoglia con lentezza
e asseconda il vizio segreto
del tuo partecipato dissentire:
quel vago malcontento
che si va spargendo lentamente
fino a sera, come polvere,
da quando uscito dal tuo buco
il pensare rigoroso e’ sporcato
più dai sensi che dal senso,
dai troppi corpi, troppe auto, troppe razze,
e poi la gastrite insidiosa
che ti attende a mezzogiorno,
l’ira nascosta per qualcosa d’incompiuto.

Quel senso di fastidio verso la tua specie
che contraddice l’indice abbassato.
Lo stanco borbottio della tua acredine
che mal sopporta il rubinetto
aperto del vicino,
in una stanza chiusa l’alito dei vivi,
l’indecenza del cassonetto aperto,
tutto lo spreco umano
che innalza i totem dello scarto
(in cui temi di trovarti)
e altro non sai fare
che avvelenare i campi degli altrui girasoli.

IV

Eppure c’era un prato
a nord della tua fronte,
che ti frusciava nella schiena
il suo giallo incosciente.
Un tempo conoscesti,
in cui ruotavi lo sguardo
nell’eliotropica danza
delle ore.
Puntavi l’occhio al sole
e la pupilla appassiva
in pozze di luce,
accarezzando steli
senza mani di roncola.

Poi venne il verbo.
L’edera dei nomi
attecchì nel ventre
un feto d’ombra,
spingeva verso il basso,
slabbrando una curva
più vecchia dei tuoi anni.

Poi venne al mondo il mondo,
a concimare la sua dannata storia
e a vangarti le reni ormai svuotate.

V

Tu vuoi sapere, tu non vuoi sapere
dove, come, quando –
l’alta definizione, la giusta informazione,
tu hai studiato il tuo secolo, tu disprezzi il tuo secolo,
tu sai che eternamente fluttua il cambio del reale,
tu sai che il trend e’ un nemico immateriale,
tu punti indice e titolo, tu sei mercato, ma tu –
tu dici
anche:
da qualche parte
avranno pur fatto gemme le parole

– con quale falce tuttavia
mieteremo la verità sui gulag,
il fumo dei forni crematori,
le strenne avvelenate dell’imperialismo
la decadenza che oscilla ma non cade
l’anarchia, la mano monca dello stato,
la libertà concessa all’assediato.

Tu credi di discernere
tu credi e dici poter scegliere –
ciò che ti serve è in fondo esposto
negli outlet del pensiero
ma prendi tempo,
una pausa – da merendina kinder.

VI

A una stazione
uno spot pubblicitario.
Una bocca rubino gigantesca
flagella la piccola figura di un indiano
che vende fazzoletti.
La radio sempre accesa sullo spread
per non udire chi bussa alla finestra.
Divaricata è l’ampiezza,
hai altro per la testa.

VII

Orde di barbari avanzano, e sospetti,
all’improvviso, di stare camminando
già da un pezzo in mezzo a loro.
Ai confini dell’impero
c’e’ una capanna che a demolirla
si trasforma in due capanne,
che a demolirle si applica
un principio di mistero matematico.
Sulle palpebre si affollano le cosce
di principesse tecnologiche
L’interruttore non si spegne,
anche volendo.
Sei un cieco in brulli prati
di morti girasoli.

VIII

Tu nutri speranze, tu disperi.
Tu sai dei disperati, ti sei indignato, ieri.
Tu commenti i commenti, discerni le opinioni.

C’e’ una stanchezza che annusi,
cane azzoppato,
da vecchio continente.
Qualcosa che cammina rasente la tua bocca
e arriva ad invidiare chi macina chilometri di mare
e sopravvive.
Tu, non potresti.

IX

Tu dici
i manichei dimorano ovunque
ma non consentono l’accesso in casa propria.
L’Europa del Rinascimento,
ti pare di avere appena udito,
apprese che il male e’ bene,
il bene e’ male.
Ma ciò che apprendi scostandoti dal vero
e’ una fornace spenta.

X

A un’altra stazione obliteri
la croce che sostenta.
Il vago malcontento si aggiusta
la cinta del risentimento.
Le porte si chiudono alle spalle
e tu già conti il tempo che rimane.
Un’ultima sbirciata al reportage.
Ti chiedi,
strano,
dei suicidi mai foto,
solo nomi e mestieri.

Scuoti ancora la testa
(altro non sai fare, da mattina a sera)
ma l’intrusione del reale quotidiano
ti spinge di nuovo sulla nuca,
pensi, quel tale, assunto da due mesi,
mi comanda. Pensi, da adesso
e’ il mio nemico. Pensi,
odio le pause negli androni dei caffè
i colleghi, gli organigrammi e le mansioni
i calcoli imbottiti di sperequazioni.

XI

Talvolta ti assopisci nel tuo risentimento.
Sogni di isole dove lo sperma della gioia
fecondi al solo restar soli.
Un’infelicità’ insidiosa rigurgita
in ceste di vendetta.
Non osi gettar via il frutto mai mangiato.
Fiorisce mesta la muffa tra i limoni.

Ore le secche di terre desolate
s’irrigano con termini economici.
I mercanti del tempio s’avvitano alla pancia
urticata d’illusioni.

Un pertugio segreto anche tu scavasti,
anno dopo anno,
dove essere altro da te stesso
per scorrere e montare in sangue artificiale.

Forse è così che declinano gli imperi:
negli attimi furtivi in cui sniffate immagini
smembranopaolina il tuo peso virtualmente
o forse tu – cieco, svuotato, sei quello declinato,
il paggio ignaro dei loro desideri.

E ora temi il diluvio.
Forse sei il diluvio.
Ma anche nei flutti
di questo vecchio mondo
l’acqua più oscura increspa
e accosta alla zattera i tuoi petali:
afferrali, i girasoli annegati,
ravvivali, come chioma di sposa.

@ Paola Musa, inedito

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Paola Musa è scrittrice, traduttrice, poetessa e paroliere. Nel 1986 ha preso parte alla rassegna internazionale di poesia “Il Minatore”.
Ha vinto una selezione di poesie raccolte in un volume dalla casa editrice “Arpanet”, recensita da Elisabetta Sgarbi, Editor Bompiani, e una targa di merito nel concorso “Renata Canepa”. Ha tradotto diverse poesie del poeta inglese Richard Berengarten, apparse in varie riviste internazionali.
Pubblicazioni:
– Condominio occidentale (2008, Salerno Editrice), selezionato al Festival du Premier Roman de Chambery e al Premio Primo Romanzo Città di Cuneo.
– Il terzo corpo dell’amore (2009 – Salerno editrice).
– Ore venti e trenta (2012, Albeggi edizioni).
– Silloge poetica all’interno del vol. VI di Italian Poetry Review (plurilingual Journal of Creativity and Criticism, 2013 Sef).
Nel prossimo autunno 2014 è prevista l’uscita del romanzo Quelli che restano, per Arkadia editore.

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UNA PUTTANA LA ROSSA PRIMAVERA

ATTO I

La nonna con la fionda mi fa un po’ ridere, ma
è un esempio e un simbolo – sconfinato – di
lotta e avvilimento. La rispetto.
E questa è un immagine.

Un’altra immagine: seicento noci sotto torchio:
seicento noci sotto bombardamento;
una tempesta di acqua, acqua e gas
e grida.

Manganelli come sangue e grida.
Lacrimogeni come ipossia e grida.
Idratanti come acqua, acqua e acido
e grida; il pianto.

Piangono i rami spolpati e i bimbi
incinti di cemento.
Piange la ferita del limite estremo dove
cazzeggia l’indifferenza primordiale.
Piange l’amore per un bacio vietato
per conto di Dio.

Mi doli ‘u cori pe’ cotanta volgarità
perché il mio Dio ha baciato ed è
morto per renderlo etereo. È
colui che non invocherà la rivincita. È
colui che la tua bocca pronuncia
ad ogni addio.

Ritornerai?

Immergiti in imminente incanto,
siamo nessuno/tutti
(Così è. Così è. Così
è)
elevati davanti alla tua rivoluzione,
oh Ataturk, a piedi scalzi, armati
di disgusto e radici e piazze – foglie
d’un unico affetto dai miliardi di nomi.

Come minareti imperlati di stelle.
Come le mie labbra rosso ciliegia.

(Così è. Così è. Così
è)

ATTO II

Sì, solo Loro non hanno compreso le
nostre scarpe vuote, ferme a discutere
di quel losco affare chiamato morte.

Fisso il suo volto che era farfalla:
ora è tutto denti luridi e scricchiolanti
per l’inflazione d’odio che vorrebbe proferire
come il cielo colora il mare.

Ho terrore. Ho terrore perché

un tramonto che viene e inonda.

Dice: “Nella mia seconda campagna avanzai
rapidamente
contro Babilonia; ero profondamente
determinato
a conquistarla. Il saccheggio fu completo e
feci che la sua distruzione
fosse più devastante
di un’alluvione”.

Dico: “Per un centro commerciale?”

Dice: “Che nei giorni a venire che dei suoi templi e
suoi Dei possa essere perduta memoria.
Sommergerò la città con l’acqua di un uragano
e la renderò
palude”.

Dico: “Mondo, perché taci? Parla!”

ATTO III

Si addobbano di piume verdi e
accendono il loro canto morbido sul
filare sardonico del vento.
Ma echeggia la morte sotto forma
di una sega che sbraita ruvida,
sogghignando per l’umidità sottozero
dell’emozione umana.
E per quanto le loro ali siano livree,
il volo non li concerne.
Come la voce, inespressa come aria.

Non resta che fissare ansiosamente l’oblio
dove le rose esplodono e dove una fiammante
stella appare tra la falce di luna per
autodistruggersi? Chi darà cibo ai desideri?
Cosa proveranno gli uccelli quando tutto
sarà deserto?

Nel cambio cribro-vascolare,
fermenta l’ipotonica notte.

ATTO IV

Io mi fermo qua.
Davanti a voi. Davanti al mondo.
Immobile. In silenzio. Serio.
Io mi fermo qua.
Attendo che il giorno finisca, così
che il mio corpo incontri Psiche
per unirci e divenire tronco sul
quale scalfire la data della mia
conquista.
Io mi fermo qua.
Nei miei occhi guardano persi i tuoi.
Un obbiettivo scatta i ricordi.
La memoria avrà i suoi proseliti.
“Esprimo un dolore“.
Davanti a voi. Davanti al mondo.
Come statua o sfogo o
argine e generatore.
Io mi fermo qua.
Tesserò infinito il lamento.
Immobile. In spietato silenzio. Serio.
Pensando a quanto è stato detto,
tra le altre tante:
“Çapulco. Questa è la fotografia del Paese“.
Ed Erdoğan è uomo d’onore.

ATTO V

I cigni sul davanzale beccano il
firmamento, non scalfendolo mai. Sono
abbietti al predominio dei gufi. Devono
sottostare alla legge della luna. Ma c’è
complicità tra di loro: conoscono la
sorte della notte. Spiccheranno il volo
non appena il sole sorgerà sotto le
nuvole. Il fuoco riempirà il luogo,
avanzerà con cadenza ritmica fino a
quando non sommergerà ogni cosa. I colori
riavranno il loro valore. Gaio ardore.
Mesta tranquillità. Ti dirò: “Qui è dove
maturano e si sovrappongono i miracoli”.
Tu non mi crederai e punterai il dito
contro la nostra casa, che fugge via dal
rombo di una ruspa e dallo spettegolare
di isterici pappagalli. Mi confidi: “A
Damasco le rose si sono rattrappite.
Esigevano cura, attenzione. Pure qui?
Succederà pure a noi?” Io plasmo sere
di un mese che non esiste per donarti
brezza di una rossa primavera promulgata
dal languido moto d’ali dei cigni in volo
verso la verginità del nuovo. Mi
sconfiggi: “È una puttana la tua rossa
primavera. Ad Atene suona un violino di
lacrime uno stonato inno nazionale. A
Timbuctu si spellano i libri per ripicche
balneari. I faraoni sono resuscitati per
divorare le piazze, e gli Ayatollah
proseguono a spruzzare veleno con la loro
dittatura mentale su tutti e tutte e noi
e voi. Ascolti? Quella madre è sotto il
torchio della croce di un figlio che ha
perso la testa, spezzata da una corda. In
piazza. Davanti ai fast food grassi
d’indifferenza. Ascolti? Questo è il
vagito di una donna appena violata. In
piazza. Davanti agli applausi devoti ai
clown di corte. Senti? Questo è il mio
cuore che in briciole si disintegra. I
miei occhi annaffiano le gote livide. Tu
assapora le bestemmie sancite dalle
lacrime. Sono le mie. Lo senti il sangue
di chi non ha lingua per proteggersi? Tu
senti la pena, il tormento, la strage, la
miniaturizzazione della vita?
Dichiarando l’ignoto, non ho niente da
perdere. Allora prego per uccidere. Ma
invoco la giustizia di Dio e non ne sono
fiera. Nessuno merita tanta umiliazione.
Neppure io. È un modo per pareggiare i
conti. Ma quando? Come distinguere la
fantasia dai sogni? Tu lo senti?
Piangiamo insieme, perché questo è
l’unico modo – errato – per incontrarci.
Errato: per difendermi”.

ATTO VI

Galleggiano forme sul pentagramma delle lingue.
Sono ricamo le parole appoggiate.
Si diramano sui drappeggi delle labbra
e attendono il boato del silenzio per brillare.

Erompono nella città.
Rivelano le lacrime delle cose.
Gli eserciti avranno il compito di raccogliere fragole.
La fanfara suonerà su Marte.
E il mondo non sarà più un quadro cubista.

ATTO VII

Primo choc: ho pianificato la mia morte.
Arriverà lentamente. Già i suoi passi
risuonano non so se da destra o sinistra,
né nord né sud.

Toc Toc, aprirò e non ci sarà nessuno.
Penserò ad uno scherzo, ma qualcosa è
cambiato: io sono un uccello.
Attendo il momento per spiccare il volo.

Ce ne andremo come siamo venuti.

***

Secondo choc.

Sono in balia dell’onda.
Armeggio l’infinito.
Lo scaglio contro l’assoluto
frastuono di un garofano che
stramazza per una missione.
Sembra una poesia. Ecco,
potrei dire poeticamente:
sembra un velo che ricopre
il volto pallido della terra.
Mi stendo fianco ad esso e
un vortice ci sorprende.
È già carico di salme che
hanno apprezzato la vita.
La morte non li sveglia.
Nei loro polmoni è stata
relegata la realtà. Isolati,
i vermi la digeriscono.

Dormiamo uno sopra l’altro.
Partoriteci quando i gufi avranno
consacrato la dignità che ci spetta.
Ai vermi questa non serve.

ATTO VIII

E mi tramortisci ancora:
“Chi sono io
per cullare le tue ripugnanti ferite? E
dove va, oggi, il previsto rancore dopo
la lunga cena d’addio?
La processione è appena partita e mai
nessuno sa quando finirà. È deleterio. Da
anni partita: è un lutto condiviso.
L’età non ha nessun valore.
La morte non conosce distinzioni.
Tu credi ancora nell’armamento dei sentimenti.
TI fidi ancora della mia mano che
stringe lieve il tuo fianco? Ti fidi?
Ti fidi?
Ti fidi?
Ti fidi?
Ti fidi?
Ho terrore.
Ma,
ti fidi?

Trasumanerà
dallo sperma
dei nostri
pianti un
germe il cui
abbozzo embrionale
sarà fiore
per il miele
di domani.
Ti fidi?
Ti fidi?
Ti fidi?

È la nostra ordinata rivoluzione.
Accadrà?“

ATTO IX

Accadrà che il suono spasmodico di una nova
che nasce sarà atomo, poi Dio e dicendo
“Luce!”, luce fu.

Accadrà che pentole e clacson renderanno
musica la violenza telecomandata delle
tute anti sommossa.
Alcuni minuti, poi il nulla.
Poi nuovamente musica, catapultati
dentro l’orizzonte cosmologico dove non
si sa più chi sarai, chi sei, tranne:
chi sei stato.

È scritto.
Ne firmo un altro foglio.
E non si smetterà mai di esistere.

Mai e mai, mai.

Nessuno può uccidere la poesia di un bacio.
La mia, non è la loro vita.
Appendilo nel calendario del cuore. Così è.
Così è. Così
è.

Una lametta scaverà sul mio ventre un solco
per ogni vana vittima.
La carezza di un ricordo allevierà
le mie pene.
Quel ricordo è inciso nei contorni
delle tue iridi, amore.
Lì è riposta la testimonianza.
La gioia e la metastasi della frustrazione.
Dammeli, li accudirò come versi di Dante
verso Beatrice.
Non potranno censurarli. (Così è.
Così è. Così
è.)
Mai e mai, mai.
Non oseranno zittirli.

Io sono un albero che a grandi passi
diventa foresta.

Un’alba che viene e inonda.

Così è. Così è. Così è.

(BENNY NONASKY)

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Benny
Benny Nonasky è nato in Calabria e vive a Torino. Presente in antologie poetiche italiane e straniere, scrive anche per il teatro. Si è esibito in performance di poesia in diverse manifestazioni (Festival Internazionale di Poesia a Genova, fra le altre). Ha pubblicato la silloge “Nelle trasparenze caotiche di nuvola perpetua” (Montag 2009), “Vestito a nozze, carne e trenta lamette” (GDS 2010), “Un pezzo di me per dire noi” (Lulu.com) e “Imàgenes Trasmundo”, (Albeggi 2012). Ha cofondato la rivista online “Trasumanar”. Il suo blog è venerdidipoesia.blogspot.com. Altri scritti di Benny Nonaski su Storie: “Quando Carnera vinse il mondiale”

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