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UNA PUTTANA LA ROSSA PRIMAVERA

ATTO I

La nonna con la fionda mi fa un po’ ridere, ma
è un esempio e un simbolo – sconfinato – di
lotta e avvilimento. La rispetto.
E questa è un immagine.

Un’altra immagine: seicento noci sotto torchio:
seicento noci sotto bombardamento;
una tempesta di acqua, acqua e gas
e grida.

Manganelli come sangue e grida.
Lacrimogeni come ipossia e grida.
Idratanti come acqua, acqua e acido
e grida; il pianto.

Piangono i rami spolpati e i bimbi
incinti di cemento.
Piange la ferita del limite estremo dove
cazzeggia l’indifferenza primordiale.
Piange l’amore per un bacio vietato
per conto di Dio.

Mi doli ‘u cori pe’ cotanta volgarità
perché il mio Dio ha baciato ed è
morto per renderlo etereo. È
colui che non invocherà la rivincita. È
colui che la tua bocca pronuncia
ad ogni addio.

Ritornerai?

Immergiti in imminente incanto,
siamo nessuno/tutti
(Così è. Così è. Così
è)
elevati davanti alla tua rivoluzione,
oh Ataturk, a piedi scalzi, armati
di disgusto e radici e piazze – foglie
d’un unico affetto dai miliardi di nomi.

Come minareti imperlati di stelle.
Come le mie labbra rosso ciliegia.

(Così è. Così è. Così
è)

ATTO II

Sì, solo Loro non hanno compreso le
nostre scarpe vuote, ferme a discutere
di quel losco affare chiamato morte.

Fisso il suo volto che era farfalla:
ora è tutto denti luridi e scricchiolanti
per l’inflazione d’odio che vorrebbe proferire
come il cielo colora il mare.

Ho terrore. Ho terrore perché

un tramonto che viene e inonda.

Dice: “Nella mia seconda campagna avanzai
rapidamente
contro Babilonia; ero profondamente
determinato
a conquistarla. Il saccheggio fu completo e
feci che la sua distruzione
fosse più devastante
di un’alluvione”.

Dico: “Per un centro commerciale?”

Dice: “Che nei giorni a venire che dei suoi templi e
suoi Dei possa essere perduta memoria.
Sommergerò la città con l’acqua di un uragano
e la renderò
palude”.

Dico: “Mondo, perché taci? Parla!”

ATTO III

Si addobbano di piume verdi e
accendono il loro canto morbido sul
filare sardonico del vento.
Ma echeggia la morte sotto forma
di una sega che sbraita ruvida,
sogghignando per l’umidità sottozero
dell’emozione umana.
E per quanto le loro ali siano livree,
il volo non li concerne.
Come la voce, inespressa come aria.

Non resta che fissare ansiosamente l’oblio
dove le rose esplodono e dove una fiammante
stella appare tra la falce di luna per
autodistruggersi? Chi darà cibo ai desideri?
Cosa proveranno gli uccelli quando tutto
sarà deserto?

Nel cambio cribro-vascolare,
fermenta l’ipotonica notte.

ATTO IV

Io mi fermo qua.
Davanti a voi. Davanti al mondo.
Immobile. In silenzio. Serio.
Io mi fermo qua.
Attendo che il giorno finisca, così
che il mio corpo incontri Psiche
per unirci e divenire tronco sul
quale scalfire la data della mia
conquista.
Io mi fermo qua.
Nei miei occhi guardano persi i tuoi.
Un obbiettivo scatta i ricordi.
La memoria avrà i suoi proseliti.
“Esprimo un dolore“.
Davanti a voi. Davanti al mondo.
Come statua o sfogo o
argine e generatore.
Io mi fermo qua.
Tesserò infinito il lamento.
Immobile. In spietato silenzio. Serio.
Pensando a quanto è stato detto,
tra le altre tante:
“Çapulco. Questa è la fotografia del Paese“.
Ed Erdoğan è uomo d’onore.

ATTO V

I cigni sul davanzale beccano il
firmamento, non scalfendolo mai. Sono
abbietti al predominio dei gufi. Devono
sottostare alla legge della luna. Ma c’è
complicità tra di loro: conoscono la
sorte della notte. Spiccheranno il volo
non appena il sole sorgerà sotto le
nuvole. Il fuoco riempirà il luogo,
avanzerà con cadenza ritmica fino a
quando non sommergerà ogni cosa. I colori
riavranno il loro valore. Gaio ardore.
Mesta tranquillità. Ti dirò: “Qui è dove
maturano e si sovrappongono i miracoli”.
Tu non mi crederai e punterai il dito
contro la nostra casa, che fugge via dal
rombo di una ruspa e dallo spettegolare
di isterici pappagalli. Mi confidi: “A
Damasco le rose si sono rattrappite.
Esigevano cura, attenzione. Pure qui?
Succederà pure a noi?” Io plasmo sere
di un mese che non esiste per donarti
brezza di una rossa primavera promulgata
dal languido moto d’ali dei cigni in volo
verso la verginità del nuovo. Mi
sconfiggi: “È una puttana la tua rossa
primavera. Ad Atene suona un violino di
lacrime uno stonato inno nazionale. A
Timbuctu si spellano i libri per ripicche
balneari. I faraoni sono resuscitati per
divorare le piazze, e gli Ayatollah
proseguono a spruzzare veleno con la loro
dittatura mentale su tutti e tutte e noi
e voi. Ascolti? Quella madre è sotto il
torchio della croce di un figlio che ha
perso la testa, spezzata da una corda. In
piazza. Davanti ai fast food grassi
d’indifferenza. Ascolti? Questo è il
vagito di una donna appena violata. In
piazza. Davanti agli applausi devoti ai
clown di corte. Senti? Questo è il mio
cuore che in briciole si disintegra. I
miei occhi annaffiano le gote livide. Tu
assapora le bestemmie sancite dalle
lacrime. Sono le mie. Lo senti il sangue
di chi non ha lingua per proteggersi? Tu
senti la pena, il tormento, la strage, la
miniaturizzazione della vita?
Dichiarando l’ignoto, non ho niente da
perdere. Allora prego per uccidere. Ma
invoco la giustizia di Dio e non ne sono
fiera. Nessuno merita tanta umiliazione.
Neppure io. È un modo per pareggiare i
conti. Ma quando? Come distinguere la
fantasia dai sogni? Tu lo senti?
Piangiamo insieme, perché questo è
l’unico modo – errato – per incontrarci.
Errato: per difendermi”.

ATTO VI

Galleggiano forme sul pentagramma delle lingue.
Sono ricamo le parole appoggiate.
Si diramano sui drappeggi delle labbra
e attendono il boato del silenzio per brillare.

Erompono nella città.
Rivelano le lacrime delle cose.
Gli eserciti avranno il compito di raccogliere fragole.
La fanfara suonerà su Marte.
E il mondo non sarà più un quadro cubista.

ATTO VII

Primo choc: ho pianificato la mia morte.
Arriverà lentamente. Già i suoi passi
risuonano non so se da destra o sinistra,
né nord né sud.

Toc Toc, aprirò e non ci sarà nessuno.
Penserò ad uno scherzo, ma qualcosa è
cambiato: io sono un uccello.
Attendo il momento per spiccare il volo.

Ce ne andremo come siamo venuti.

***

Secondo choc.

Sono in balia dell’onda.
Armeggio l’infinito.
Lo scaglio contro l’assoluto
frastuono di un garofano che
stramazza per una missione.
Sembra una poesia. Ecco,
potrei dire poeticamente:
sembra un velo che ricopre
il volto pallido della terra.
Mi stendo fianco ad esso e
un vortice ci sorprende.
È già carico di salme che
hanno apprezzato la vita.
La morte non li sveglia.
Nei loro polmoni è stata
relegata la realtà. Isolati,
i vermi la digeriscono.

Dormiamo uno sopra l’altro.
Partoriteci quando i gufi avranno
consacrato la dignità che ci spetta.
Ai vermi questa non serve.

ATTO VIII

E mi tramortisci ancora:
“Chi sono io
per cullare le tue ripugnanti ferite? E
dove va, oggi, il previsto rancore dopo
la lunga cena d’addio?
La processione è appena partita e mai
nessuno sa quando finirà. È deleterio. Da
anni partita: è un lutto condiviso.
L’età non ha nessun valore.
La morte non conosce distinzioni.
Tu credi ancora nell’armamento dei sentimenti.
TI fidi ancora della mia mano che
stringe lieve il tuo fianco? Ti fidi?
Ti fidi?
Ti fidi?
Ti fidi?
Ti fidi?
Ho terrore.
Ma,
ti fidi?

Trasumanerà
dallo sperma
dei nostri
pianti un
germe il cui
abbozzo embrionale
sarà fiore
per il miele
di domani.
Ti fidi?
Ti fidi?
Ti fidi?

È la nostra ordinata rivoluzione.
Accadrà?“

ATTO IX

Accadrà che il suono spasmodico di una nova
che nasce sarà atomo, poi Dio e dicendo
“Luce!”, luce fu.

Accadrà che pentole e clacson renderanno
musica la violenza telecomandata delle
tute anti sommossa.
Alcuni minuti, poi il nulla.
Poi nuovamente musica, catapultati
dentro l’orizzonte cosmologico dove non
si sa più chi sarai, chi sei, tranne:
chi sei stato.

È scritto.
Ne firmo un altro foglio.
E non si smetterà mai di esistere.

Mai e mai, mai.

Nessuno può uccidere la poesia di un bacio.
La mia, non è la loro vita.
Appendilo nel calendario del cuore. Così è.
Così è. Così
è.

Una lametta scaverà sul mio ventre un solco
per ogni vana vittima.
La carezza di un ricordo allevierà
le mie pene.
Quel ricordo è inciso nei contorni
delle tue iridi, amore.
Lì è riposta la testimonianza.
La gioia e la metastasi della frustrazione.
Dammeli, li accudirò come versi di Dante
verso Beatrice.
Non potranno censurarli. (Così è.
Così è. Così
è.)
Mai e mai, mai.
Non oseranno zittirli.

Io sono un albero che a grandi passi
diventa foresta.

Un’alba che viene e inonda.

Così è. Così è. Così è.

(BENNY NONASKY)

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Benny
Benny Nonasky è nato in Calabria e vive a Torino. Presente in antologie poetiche italiane e straniere, scrive anche per il teatro. Si è esibito in performance di poesia in diverse manifestazioni (Festival Internazionale di Poesia a Genova, fra le altre). Ha pubblicato la silloge “Nelle trasparenze caotiche di nuvola perpetua” (Montag 2009), “Vestito a nozze, carne e trenta lamette” (GDS 2010), “Un pezzo di me per dire noi” (Lulu.com) e “Imàgenes Trasmundo”, (Albeggi 2012). Ha cofondato la rivista online “Trasumanar”. Il suo blog è venerdidipoesia.blogspot.com. Altri scritti di Benny Nonaski su Storie: “Quando Carnera vinse il mondiale”

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Categorie:Poesia
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