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Archive for ottobre 2014

Gianmario Lucini – Questo lungo viaggio

Voglio concludere di notte
questo lungo viaggio dentro lʼuomo
perché nero è il suo colore e la madre
luna sua unica speranza
sepolta nel cuore di giaguaro.
Scrivo da un Paese Paradiso
spaccato in due dal cemento
segnato dallʼincuria e dal tormento
inflitto a ogni forma di bellezza;
qui dove lʼora suona
con la campana e la sirena
e Dio eterizzato sʼaddormenta
dal fetore dei rifiuti a cielo aperto,
nella notte si leva dai covili
un sordido rancore, dilaga
nel fosco di campagne addormentate
si mescola al veleno delle mafie
allʼarroganza dei forti e alle
legalizzate porcherie dʼun sistema
corrotto dai piedi alla cervice,
duro fino al cuore
e il mattino trova noi tutti un poco
più velenosi di ieri, più scontenti
noi che vogliamo tutto avere
senza la fatica dellʼingegno,
maestri dellʼinsipido senza cultura,
noi che non sappiamo più la terra
il murmure dellʼacqua, il profumo
del vento sullʼoceano dei prati
siamo un popolo che grufola indeciso
nel suo passato e nel futuro
così che scorre il presente e ci ingolfa
in una dialettica improbabile
fra ciò che siamo e che dovremo essere
e ride il mondo e ci sbeffeggia
“ecco gli eredi del grande
Rinascimento, il popolo dʼartisti
che vive allegramente in cicaleccio
per ogni inutile argomento
mentre la sua grande storia muore
in una sabba di merda e di cemento
svenduto dai corrotti e dai ruffiani,
popolo di pezzenti e teatranti
di ricchi ingordi e spietati
popolo indaffarato di scrocconi
e lestofanti
piazzaioli imboniti e imbonitori
gente che tutto vuole
senza nulla dare
disposta a farsi sfruttare per unʼesistenza
fatta di gioco e gratta e vinci”.
Non vale dimetterti
se ci sei dentro
non vale neppure indignarsi e scendere in piazza
chiamando pane e vendetta
agli dèi della chiacchiera,
non vale dopo gli anni del silenzio
al torpore di promesse invereconde
non vale abbandonare il carro dei perdenti
per dire “non nel mio nome” dopo lʼassenso
omertoso e il dileggio
per chi ancora osava un pensiero
per chi pagava lʼignavia del vostro
stolido privato
con il travaglio dʼuna vita schedata
voi che avete accettato ogni stortura
col mugugno dʼosteria, voi che col voto
avete avvallato ogni ricatto
ogni mafia e illegale potere,
tirando a campare, in attesa
che una briciola cadesse dal desco dei forti
per potervi accapigliare come cani, sgomitare
sognando in cuor vostro vacche grasse
speranze di spreco
al di là di ogni spreco, ingozzarvi
di ogni inutile oggetto e strasazi
volere ancora e ancora volere
e poi vomitare sul paesaggio
i vostri immani rifiuti, i veleni;
voi che alimentate lʼinflazione e la rapina
della finanza col vostro stesso danaro
voi che corrompete con scarpette e magliette
cibi, bevande, giochi insanguinati
i vostri figli – un mondo
dʼoggetti che grondano sangue
di Paesi lontani, di donne e bambini
falcidiati dalla vostra rapina -, voi
che amate la durezza del cemento
e disprezzate la tenerezza dei marmi antichi,
avete costruito un Paese insopportabile
dal quale si può soltanto evadere.
Per questo invocate morte da ogni cellula
del vostro corpo, da ogni pensiero. Per questo
vi appare nemico ogni essere
un pericolo il possibile,
un azzardo il cambiamento: voi
vi concedete come puttane antiche
e disperate, ad ogni lestofante,
popolo bastardo e inemendabile,
che apri lʼali ad ogni vento fascista
ad ogni duce che ti inchiodi, ad ogni
smania presidenzialista – perché non sai
parlare col nemico, vedere
dentro lʼuomo che ti sta dinnanzi.
É per questo che la notte ci tormenta
da madre diviene matrigna e la luna
da vergine si fa puttana,
è per questo che il mio
cuore gronda sangue e rimorso
per non aver imbracciato il mitra
arrugginito di mio padre partigiano,
di non esser calato in piazza
puntarvelo contro e dire
“altolà folla di assassini
molecole impazzite del sistema
questo mitra è innocuo ma prometto
che sparerà terribili parole
per farvi tutti morire di vergogna,
voi che soltanto bramate
di tornare al mondo di ieri
dove si viveva senza pensare
dove dileggiaste lʼarte col furore
integralista
perché lʼarte vuole un mondo giusto. Io
mai più sarò nuvola in calzoni *
e dunque sbranatemi poiché
al poeta non rimane che lʼinsulto
come estrema parola dʼamore”.

* Riferimento al titolo del noto poemetto di
Vladimir Majakowskij

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Gianmario Lucini (Sondrio, 1953), ha lasciato questa terra, e noi vogliamo ricordarlo con la poesia che ci ha donato per l’antologia 100 THOUSAND POETS FOR CHANGE, edito da Albeggi edizioni. Lucini è stato editore con la sigla CFR, critico e poeta. Pubblicazioni gianmario_lucini di poesia: A futura memoria, Il disgusto (2011), Monologo del dittatore, Krisis, Poemetti del dito bestiario e altre confessioni (2012), Sapienziali, Per il bosco, Canto dei bambini perduti (con disegni di G. Cuttone – 2013). Ha scritto la parte saggistica di Poeti e poetiche 1 e 2 (2012/13), Retrobottega 1, 2 e 3 (2011/12/13) e il saggio Ipotesi sulla nascita della poesia (2013).

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Arben Shehi – Il buio è fatale

Sopra la nebbia carica di pioggia invernale
vola l’aereo di mezzanotte come cavallo stanco,
come cavallo spaventato cavalcato da migranti.

Loro dormono, si svegliano, di nuovo si addormentano.
La patria è ancora lontana…

Restano dietro le luci delle città straniere,
una dopo l’altra,
nella vigilia del Capodanno
e il loro amore
qual albero abbellito per Natale
s’affretta ad atterrare pieno di nostalgia
nell’aeroporto del Paese natio.

E’ quasi mezzanotte,
ma d’un tratto si ravviva il bordo dell’aereo:
genitori che si spingono insieme a vispi bambini,
visi stanchi appoggiati agli oblò.
Dove è Pa…?! Dov’è?! … Non si vede niente…!
Piccoli nasi schiacciati sui vetri,
i piccoli palmi come periscopi verso la luce …

“Ecco, ecco là … laggiù … ma ecco là, non lo vedi?
Eccolo …
Erra la menzogna del
genitore
come un flash innocente
Sui dorsi oscurati
ancora più delle catene montuose.

Ahimè!
Ahimè, fuori c’è solo l’oscurità,
l’oscurità profonda …

Però, l’oscurità è fatale!

Aeroporto d’Albania, autunno 2007

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Arben Shehi, poeta albanese, è nato a Scutari nel 1954, vive e lavora a Tirana. Partito come progettista, è ora docente di Architettura all’Università di Tirana e attivo in diversi organismi promozionali, attualmente consigliere del Presidente della Repubblica d’Albania. È impegnato nella vita sociale e politica del suo paese, alla quale contribuisce con opinioni e articoli, su architettura, sviluppo sostenibile e politiche economiche. Ha pubblicato diversi libri di poesie, tutti caratterizzati da una profonda sensibilità e liricità.
Di recente è stato pubblicato Tempo che non porta da nessuna parte, per Robin edizioni, Arbentradotto in italiano da Amik Kasoruho.

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Rockets, un libro di Paul Polansky

“Rockets” è una raccolta bilingue illustrata di poesie di Paul Polansky sul conflitto tra Israele e Palestina. La maggior parte delle poesie sono state scritte tra luglio e agosto 2014, durante la guerra; le altre risalgono ad un viaggio dell’autore a Gerusalemme nel 2002. Le poesie di Polansky sono dirette, crude, aggressive; la sua scrittura è come al solito ironica e grottesca. Usa versi affilati come lame di coltelli per scavare negli animi di Israeliani e Palestinesi, nelle loro differenze culturali. Il suo richiamo, però, da difensore dei diritti umani, è ad un messaggio di pace, come quello che si trova a Gerusalemme, nella torre del museo di Davide e che chiude il libro: “credere in un solo Dio, nella fratellanza dell’umanità, nelle regole della legge, e la visione della pace eterna sono state tra le idee concepite a Gerusalemme che avrebbero ispirato l’umanità di tutti i tempi.”Roc